
A volte la verità emerge nel modo più semplice possibile: con un microfono acceso. È successo nelle scorse ore nella sede dell’Università di Aosta, dove si è tenuto un dibattito sul referendum sulla giustizia dal titolo promettente: “Le ragioni del sì e del no”. Da una parte, il vicepresidente delle Camere penali del Distretto Piemonte occidentale e Valle d’Aosta, Maurizio Basile, a difendere le ragioni della riforma. Dall’altra, il professore di diritto costituzionale dell’Università di Torino, Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto dire no”. A moderare, il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra.
Tutto perfetto, tutto istituzionale, tutto equilibrato. Vi abbiamo già parlato della bufera che si è abbattuta su Grosso e Marra, pizzicati a discutere – fuori dal Tribunale – di una causa che approderà in tribunale e che riguarda il governatore Testolin a rischio decadenza. Presidente di Regione che, guarda caso, è stato cliente dello stesso Grosso. Ma c’è un altro punto di quel fuorionda che merita di essere ascoltato con attenzione. Il tema? Stavolta riguarda la gestione dei tempi del dibattito. Ed è qui che arriva la perla. Grosso e Marra discutono su quanto spazio dare a ciascun relatore e trovano rapidamente un punto di accordo: serve più tempo per il No. Perché? Perché è più difficile da argomentare. Il Sì, invece, è più facile.
Ecco. Fine del dibattito. Sipario.
Tradotto dal linguaggio diplomatico: per difendere il No bisogna lavorarci parecchio. Per il Sì, invece, basta spiegare le cose.
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Ora, sia chiaro: nessuno contesta che un dibattito debba dare spazio a tutte le posizioni. Ma quando la stessa parte che difende il No ammette, prima ancora di iniziare, che la propria tesi è più difficile da sostenere, qualche domanda viene spontanea. Difficile perché complessa? Difficile perché molto tecnica? Difficile perché impopolare? Oppure — ipotesi maliziosa — difficile perché gli argomenti a suo sostegno sono pochi e parecchio confusi?
Negli ultimi mesi, in effetti, tutti abbiamo potuto renderci conto del livello del confronto sul referendum. Più che discutere i contenuti delle riforme, gran parte della campagna del No si è giocata su un repertorio ormai rodato: chi sostiene il Sì lo farebbe per aiutare mafiosi, massoni, indagati, criminali di vario genere e specie e altri personaggi da romanzo giudiziario. Una strategia fin troppo semplice: non si discutono le norme, si demonizza chi le propone.
È una tecnica retorica piuttosto antica: quando gli argomenti scarseggiano, si alza il volume delle accuse. Il copione, infatti, è sempre lo stesso. Si evocano scenari apocalittici, si agitano spauracchi morali, si invocano crociate etiche. Ma quando si tratta di entrare nel merito della questione — cioè spiegare perché determinate riforme sarebbero sbagliate — la musica cambia. E, chissà perché, il tempo non basta mai.
Così, prima ancora che il dibattito inizi, arriva forse il momento di maggiore sincerità dell’intera serata: per il No serve più tempo. Perché è molto più difficile da argomentare.
E probabilmente è vero. Quando gli argomenti sono pochi e le tesi poco solide, bisogna almeno provare ad allungare il discorso. Se non altro per confondere chi ascolta e far sembrare profondo ciò che, in realtà, è soltanto lungo.
Salvatore Di Bartolo, 5 marzo 2026
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