
La proposta di riforma elettorale ribattezzata “Stabilicum” segna una discontinuità netta rispetto al Rosatellum e, al di là della retorica sulla governabilità, ridisegna con precisione chirurgica i rapporti di forza dentro e tra le coalizioni.
Se la si legge senza infingimenti, è una legge che rafforza le segreterie, riduce gli spazi di competizione interna e mette in sicurezza le leadership esistenti. A partire da quella di Giorgia Meloni.
Addio uninominali: una scelta tutt’altro che neutra
Il primo dato politico è l’abolizione dei collegi uninominali. Con il Rosatellum una quota rilevante dei seggi veniva assegnata in collegi dove vinceva il candidato più votato.
È lì che si misurano davvero la forza territoriale e la capacità di coalizione. Ed è lì che, soprattutto al Sud, il centrodestra avrebbe potuto incontrare più di una difficoltà in caso di calo di consensi o di fratture locali.
Eliminare gli uninominali significa sterilizzare il rischio di perdere collegi “uno a uno”, soprattutto in quelle aree dove le dinamiche personali, civiche o clientelari possono incidere più dei simboli.
Per Meloni è una mossa prudente: meno competizione territoriale, più controllo nazionale della distribuzione dei seggi.
Liste bloccate: il trionfo delle segreterie
Il secondo punto è forse ancora più rilevante: niente preferenze. Solo collegi plurinominali con liste bloccate. Tradotto: saranno le segreterie a decidere chi entra in Parlamento e in quale posizione.
Questo rafforza enormemente i vertici dei partiti. Non solo quello di Meloni, ma tutti. Perché se è vero che Fratelli d’Italia potrà selezionare una classe parlamentare ancora più allineata alla leader, lo stesso vale per gli alleati e per le opposizioni.
Ufficialmente nessuno rivendica il rafforzamento delle oligarchie interne; nei fatti, però, è un vantaggio condiviso. Meno competizione interna, meno correnti che si organizzano sul territorio, più disciplina parlamentare.
Indicazione del premier: blindatura reciproca
La previsione dell’indicazione obbligatoria del premier è un altro tassello decisivo. Formalmente restano intatte le prerogative del Presidente della Repubblica, ma politicamente la coalizione si presenta agli elettori con un capo dichiarato.
Per Meloni è una blindatura. Significa mettere nero su bianco che la guida della coalizione è la sua, disinnescando sul nascere eventuali ambizioni interne, comprese quelle dell’area riconducibile alla famiglia Berlusconi. La leadership non si discute dopo il voto: è già certificata prima.
Ma la mossa ha un effetto speculare anche nel campo opposto. L’indicazione del capo della coalizione consolida la posizione di Elly Schlein nel centrosinistra, rafforzandola nei confronti delle minoranze interne e degli alleati.
È una legge che, di fatto, cristallizza due leadership e trasforma la competizione in un duello dichiarato.
Ballottaggio: verso lo scontro diretto
Il meccanismo del ballottaggio, previsto se nessuno supera il 40% ma almeno due coalizioni raggiungono il 35%, accentua questa dinamica.
Se Meloni non dovesse centrare la soglia al primo turno, andrebbe al secondo in uno scontro diretto, verosimilmente proprio contro Schlein, già indicata come capo della coalizione avversaria.
Un confronto secco, polarizzato, dove le ambiguità post-voto verrebbero drasticamente ridotte. La politica delle trattative parlamentari lascerebbe spazio a una competizione plebiscitaria tra due nomi.
Premio di maggioranza: stabilità e Quirinale
Infine, il premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato – con il tetto del 60% – garantirebbe al vincitore una maggioranza ampia. Non solo per governare con stabilità, ma anche per incidere sulle grandi partite istituzionali.
Chi vincesse con questo sistema avrebbe numeri solidi per sostenere l’esecutivo per l’intera legislatura e, soprattutto, per partecipare da protagonista all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. In una fase in cui gli equilibri costituzionali sono centrali, questo è un elemento tutt’altro che secondario.
Una riforma cucita sulle leadership
In sintesi, la riforma risponde a una logica chiara: rafforzare le segreterie, centralizzare la selezione della classe parlamentare, ridurre i rischi territoriali (soprattutto al Sud), blindare la leadership della coalizione di centrodestra, cristallizzare quella del centrosinistra e trasformare l’eventuale secondo turno in un confronto diretto tra Meloni e Schlein.
La “stabilità” evocata nel nome è reale sul piano aritmetico. Ma è anche – e forse soprattutto – stabilità delle leadership.
Una legge che promette governabilità al Paese, ma che prima ancora mette in sicurezza i vertici delle coalizioni.
Salvatore di Bartolo
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