
C’è un passaggio, nelle parole di Piero Fassino, che fotografa meglio di mille analisi lo stato dell’arte nella sinistra italiana: sull’Iran — dice l’ex ministro — l’Europa e in particolare il fronte progressista continuano a muoversi con una cautela che sfiora la paralisi. Ospite a La7, Fassino parla apertamente di “timidezza” nel mettere in campo una mobilitazione forte a sostegno degli iraniani che combattono nelle strade di Teheran. Una prudenza che nasce, secondo lui, da un timore politico tutto interno al campo progressista: “Si pensa che quanto più si sostengono questi movimenti di lotta e liberazione tanto più si può avallare, qualora avvenisse, un intervento di Trump”.
E puntuale arriva il riferimento alla segretaria del Partito Democratico. Elly Schlein, ricorda Fassino, ospite di In Onda si è detta “favorevole” all’ipotesi di “indire” una manifestazione per l’Iran. Un’apertura che però — suggerisce l’ex ministro — deve tradursi in qualcosa di concreto. Perché il tempo delle cautele è finito e senza una presa di posizione visibile, la solidarietà rischia di restare una dichiarazione di principio da talk show. Il problema, ovviamente, è politico. E profondo. Perché Schlein non deve solo decidere come muoversi sulla crisi iraniana, ma se il suo partito la seguirà. Già, perché mentre la segretaria annaspa tra diplomazie interne e una coalizione sempre più fragile, fuori dal Pd la mobilitazione è un deserto.
Niente cortei, niente licei “okkupati”, nessuna Flotilla d’assalto. Teheran può bruciare. Lo dice senza veli Anna Paola Concia: per una parte della sinistra la rivoluzione khomeinista è intoccabile. E il paradosso estremo — sottolinea — è che “il popolo iraniano guarda a Israele”. Una semplificazione? Forse. Ma il punto resta: nella gerarchia morale del movimentismo occidentale, gli ayatollah sembrano meno detestabili degli israeliani. Perché? Perché l’America li odia. E siccome l’America è alleata di Israele, il combinato disposto è servito. Un Monopoli ideologico perfetto, quello della sinistra estrema e di ciò che rimane del sindacalismo militante, quello che scende (in duecento) a proclamare Maduro presidente legittimo del Venezuela.
Sul piano ufficiale Schlein ribadisce la linea storica del Pd: “Io non sono mai per azioni militari unilaterali, come ho detto sul Venezuela. Abbiamo le Nazioni Unite, serve un ruolo diplomatico forte che la Ue purtroppo non ha saputo mettere in campo finora”. Parole che suonano prudenti, forse troppo, e che nel partito molti leggono come l’ennesimo tentativo di tenere insieme tutto e il contrario di tutto.
Perché poi c’è anche l’ala più moderna del Pd, rappresentata da figure come Lia Quartapelle, che individua una direzione più netta: la linea “passa dal sostegno ai movimenti di liberazione nazionale: dal supporto politico alla società civile, dalla pressione diplomatica coordinata, dalla difesa dei diritti umani come asse centrale dell’azione internazionale”. Insomma: scegliere da che parte stare, senza ambiguità.
Ed è qui che la leadership di Schlein si incrina. Non solo perché M5s e Avs, gli alleati di una coalizione già complicata, oscillano tra silenzi tattici e posizioni divergenti. Ma perché nel Pd la pazienza si sta assottigliando. L’inerzia sulla politica internazionale diventa così il vero tallone d’Achille della segretaria: un tema che spacca il partito, irrita la base più attiva, non scalda le piazze e offre all’opposizione un bersaglio facile. Se Schlein non trova una linea chiara — e presto — il rischio è quello di perdere non solo la narrazione, ma la già precaria leadership che cerca di difendere da mesi.
Franco Lodige, 14 gennaio 2026
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