Politico Quotidiano

Tutti libertari ora che tocca a Barberuccio loro

I compagni di sinistra invocano la censura a scoppio ritardato. Ma una volta ritenevano il fact-checking "necessario"

alessandro barbero fack checking referendum Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Negli ultimi anni il fact-checking è stato eretto a baluardo assoluto e insindacabile della verità. La sinistra italiana ha sostenuto con fervore questa pratica, applaudendo quando lo strumento di moderazione dei contenuti utilizzato dai social network colpiva avversari politici, (presunti) no-vax o propagatori di teorie complottiste. Ma ecco il colpo di scena: quando il meccanismo si ritorce contro uno dei “compagni”, come lo storico Alessandro Barbero, improvvisamente il fact-checking diventa uno strumento di censura pericoloso e antidemocratico.

La vicenda del video oscurato da Meta sul referendum per la riforma della giustizia Nordio è una delle più grandi manifestazioni del karma negli ultimi mesi. Ricapitoliamo i fatti: Barbero, professore di storia medievale e figura conosciuta per le sue lezioni diventate celebri attraverso i podcast, ha pubblicato un video in cui spiega le ragioni in base alle quali voterà “No” al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Argomenta che la riforma minerebbe l’indipendenza della magistratura, paragonandola a derive autoritarie del passato. Sostanzialmente una fake news; e così Meta (la società madre di Facebook e Instagram) ha ridotto la visibilità del contenuto, etichettandolo con la descrizione di “informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti” dopo un fact checking di Open, il portale diretto da Enrico Mentana.

Bisogna innanzitutto premettere che la storia in base alla quale il video è stato censurato poiché diventato “troppo virale”, come titolano alcuni media, e quindi pericoloso per chi sostiene il “Sì”, è una scemenza: a Meta non importa nulla del referendum costituzionale in Italia. Semplicemente la piattaforma filtra le informazioni ritenute “vere” o “fuorvianti” attraverso un algoritmo e un sistema di verifiche da organizzazioni indipendenti. La reazione della sinistra è stata immediata e veemente. Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, ha definito “gravissimo” l’oscuramento, parlando di un attacco all’impegno civico. Su X utenti e opinionisti gridano alla “censura di regime”, accusando fact checker come David Puente di parzialità. E persino Il Fatto Quotidiano (tenetevi forte) riscopre una verve liberale e libertaria e interroga così il governo Meloni su cosa intenda fare contro le regole di Meta. Così improvvisamente, la big tech americana è diventata il braccio armato del fascismo, silenziando voci progressiste. Eppure s’erano tanto amati.

Eh già: dov’era questa indignazione quando il fact-checking colpiva l’altro lato? Durante la pandemia, la sinistra ha plaudito alla censura di Meta su post ritenuti no-vax o più genericamente complottisti, spesso provenienti da ambienti di destra. Ricordiamo le sospensioni di account trumpiani o le etichette su notizie “false” che mettevano in discussione vaccini o lockdown. Allora era necessario e giusto. Invece ora che tocca a Barberuccio loro si urla al complotto. Niente di nuovo sotto il sole: quelli che oggi urlano al fascismo sono gli stessi che ieri applaudivano la censura durante la pandemia.

Il fact-checking, in teoria, dovrebbe essere uno strumento neutrale per contrastare le fake news. Il problema è che è sostanzialmente impossibile avere una linea di demarcazione precisa tra ciò che costituisce un’opinione e ciò che invece costituisce disinformazione. Per questo motivo il fact-checking è sempre stato un utopistico e pericoloso strumento di controllo che in tanti hanno sin dalla sua nascita criticato e contrastato. Oggi però è molto divertente vedere chi l’ha sempre sostenuto stracciarsi le vesti dinnanzi ad esso: questi soggetti hanno assaggiato lo strumento a tratti liberticida che hanno sempre osannato.

Alessandro Bonelli, 26 gennaio 2026

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