Altro che Onu e diplomazia. Francesca Albanese, relatrice speciale per i territori palestinesi, è diventata – nel giro di pochi mesi – la nuova icona del movimentismo da salotto e delle piazze anti-Israele. Ma stavolta a storcere il naso non è la destra, bensì proprio il suo stesso campo. Il Partito Democratico, o meglio, quel che ne resta. Già dalle ultime uscite pubbliche qualcosa si era incrinato. L’abbandono del programma In Onda, le parole al vetriolo su Liliana Segre (“non è lucida”), e ora la valanga di critiche interne che piovono anche da esponenti di primo piano del centrosinistra.
A partire da Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che va giù senza troppi giri di parole: “C’è molto narcisismo, poca politica e molta arroganza”. E ancora, al Foglio: “Siamo passati dal bipolarismo al bipopulismo in cui l’intolleranza politica diventa un collante. Questo si applica al conflitto drammatico in Medio Oriente e a tanti altri aspetti della vita pubblica. Albanese è solo l’ultima in ordine di tempo a essere interprete di questa tendenza. Dove c’è molto narcisismo, poca politica e molta arroganza. Come dimostra la derisione di Liliana Segre fatta con un selfie davanti a un murale qualche tempo fa e l’episodio di domenica sera su La7”. Insomma, non proprio un attestato di stima.
Filippo Sensi, senatore dem, prova a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma la sostanza resta: “La priorità oggi, per chiunque abbia a cuore la popolazione di Gaza, martoriata e ridotta allo stremo, è quella di sostenere con tutte le forze il piano di pace. Che è, adesso, l’unico varco possibile per un cessate il fuoco, per la restituzione degli ostaggi e per la vita dei palestinesi, schiacciati tra l’incudine di Hamas e il martello spietato di Netanyahu. Tutto ciò che distrae e impalla questa delicata, urgente, necessaria trattativa non mi pare utile”. Poi aggiunge: “Non penso sia l’ora dei protagonismi individuali. Credo, come mostrano anche le piazze, che sia più importante che questa spinta venga raccolta da chi sta lavorando alla pace per fare presto. Se la sinistra poi debba ripartire da un Albanese, guardi al premier australiano che ha sconfitto una destra sovranista e xenofoba con una agenda credibile e seria”. Sottotesto: la sinistra si faccia seria, e la smetta con l’attivismo da talk show.
Ma la Picierno va anche oltre e punta il dito sulla deriva populista del suo partito: “È giusto che i movimenti facciano i movimenti, c’è una società giustamente indignata per quel che avviene a Gaza. Ma a me hanno insegnato che le piattaforme delle manifestazioni si condividono, non si assecondano. E se non si condividono, un partito non partecipa”. Tradotto: il Pd sta rincorrendo i cortei per disperazione. E anche lì, senza convinzione. E poi arriva Elisabetta Gualmini, altra europarlamentare, che non nasconde il suo fastidio per la cittadinanza onoraria concessa ad Albanese in diverse città, tra cui Bologna: “Io sarei stata più cauta, perché penso che il compito di un primo cittadino sia unire e non dividere. Mentre Francesca Albanese comunque la si pensi è una figura molto polarizzante e divisiva. Il punto non è la condanna degli stermini in corso a Gaza, sulla quale cui siamo tutti d’accordo, ma l’estrema radicalizzazione della politica, dei toni, dei gesti anche”.
La goccia che fa traboccare il vaso? Una scena che Gualmini definisce “penosa e inaccettabile”: “A Reggio Emilia si sia messa le mani sul volto in segno di disperazione nei confronti di un sindaco che citava la parola ostaggi. Tra l’altro Marco Massari è noto per essere un attivista della denuncia del genocidio, che lui si ritrovi la sua eroina a redarguirlo, addirittura con la frase altezzosa ‘ti perdono ma non ripeterlo più’, è un crescendo di estremismo”. Non solo: per Gualmini il culto mediatico attorno ad Albanese è il sintomo di una politica che ha smesso di fare politica: “Penso sia il frutto di una politica che ormai si basa più sul termometro dei social, sulla ricerca di capipopolo 2.0, sulla mediatizzazione. Nessuno entra più nei contenuti, si procede rincorrendo slogan. Il Pd a Reggio Emilia è intervenuto a difesa del sindaco, a Bologna mi lascia francamente perplessa che ci sia stato un voto unanime della maggioranza sulla cittadinanza ad Albanese. Non lo trovo comprensibile”.
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Il quadro è chiaro: la sinistra si divide su una figura che nel giro di pochi mesi è diventata simbolo per alcuni e imbarazzo per altri. L’impressione è che, come al solito, si guardi più all’effetto sui social che agli effetti sulla realtà. E quando anche i tuoi iniziano a dirti che sei divisiva, arrogante e narcisista, forse una riflessione sarebbe il caso di farla. Ma tranquilli: il problema, alla fine, sarà sempre “la destra”. E no, non è finita qui.
Come se non bastasse la confusione sul fronte Albanese, nel Pd si apre già un altro fronte incandescente: quello su Silvia Salis, ex atleta e vicepresidente del Coni, ora sindaca di Genova. Un nome che è stato rilanciato con forza nelle ultime settimane come possibile leader del campo largo, in grado di mettere d’accordo tutti. Ma in realtà il suo profilo non piace al 100 per cento del Pd. Anzi. Già si vocifera di malumori, distinguo, prese di distanza. E mentre il partito della Schlein si avvita su se stesso, gli elettori – quelli veri – rischiano di scivolare altrove: verso il Movimento 5 Stelle o verso l’area di Avs, che potrebbero capitalizzare i voti di una base disorientata e stufa delle faide da corridoio ma che soprattutto potrebbero puntare con forza e decisione sulla prima cittadina genovese. Altro che “campo largo”: qui si profila un campo minato, in cui il Pd rischia di farsi esplodere da solo. Ancora una volta.
Franco Lodige, 7 ottobre 2025
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