Economia

Pomodori, ristoranti e nuovi schiavi: la balla degli immigrati “indispensabili”

I raccolti sono rimasti quasi invariati, mentre i locali sono raddoppiati. Dietro il mantra “senza stranieri si ferma tutto” c’è soprattutto un sistema fondato su salari bassi e manodopera da sfruttare

migranti pomodori
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Quando si parla di immigrazione, chi non ne vuole vedere le implicazioni negative ci ricorda che senza immigrati non avremmo chi raccoglie i pomodori e i ristoranti non sarebbero in grado di operare. Beh, noi siamo curiosi, ci facciamo domande.

Partiamo dai pomodori. Non è facile trovare dati, ma cercando un po’ scopriamo che tra il 2015 e il 2025 la ‘produzione’ di pomodori in Italia (quindi il frutto del lavoro di raccolta) è passata da 5,5 a 5,8 milioni di tonnellate, una differenza quindi insignificante. Lecito ipotizzare che anche dal 2000 al 2015 non ci sia stato significativo incremento. Se quindi eravamo in grado di raccogliere pomodori a inizio millennio, senza l’esercito di sfruttati che abbiamo ora, dovremmo essere capaci di farlo anche ora.

Non è obiettivo di questo scritto fare le solite, ma sempre appropriate, considerazioni sulla spinta al ribasso dei ‘compensi’ che è stata consentita dall’immigrazione che subiamo nel nostro Paese. Ragioniamo solo sui volumi. Semplicemente, sembra proprio che gli immigrati clandestini non siano così necessari. Fornisce interessanti spunti di riflessione anche l’analisi del mercato della ristorazione.

Affidandoci a Unioncamere scopriamo che tra il 2011 e il 2019 il numero di ‘imprese di ristorazione’ è passato da 112.234 a 142.958, un incremento di quasi il 30% in 8 anni. Non è azzardato stimare che nei circa 25 anni dall’inizio del nuovo millennio a oggi, l’incremento sia stato intorno al 100%. L’esperienza quotidiana di ciascuno non può che confermare questa stima. Diversamente dal caso dei pomodori, è qui evidente il maggior fabbisogno di personale; facile quindi in questo caso difendere l’immigrazione giustificandone la necessità.

Sicuramente oggi si mangia fuori casa molto più del passato (merita altra analisi il fenomeno del ‘delivery’). È anche vero che sono cresciuti i flussi dall’estero, e i turisti naturalmente ‘mangiano fuori’: l’Istat ci dice che gli stranieri che visitano il nostro Paese sono passati tra il 2014 e il 2024 da 187 a 254 milioni, incremento del 36%, immaginiamo quindi almeno il 70-80% da inizio millennio. Resta il dubbio sulla possibilità che la maggiore offerta di lavoro si sarebbe potuta coprire con ‘italiani veri’ per dirla come il famoso cantante (a proposito, sarebbe ora considerato razzista?)

Ma cosa significa questo incremento così materiale? La prima considerazione è che chi difende l’immigrazione che subiamo (non è una scelta, è subita – a questo proposito consigliamo lettura di altro scritto – stia, immaginiamo inconsciamente, quasi giustificando una forma di schiavismo, specialmente se è vero che gli italiani non si trovano per via dei salari meno attrattivi. Certo, sui giornali leggiamo dell’immigrato arrivato col barcone che si laurea, di quello che diventa calciatore, di quello che (toh…) apre un ristorante, ma senza indottrinamento si riesce a cogliere la differenza tra eccezione e regola.

La seconda è sull’evoluzione dei costumi. Qualcuno ha mai provato a immaginare il nostro Paese tra cinquant’anni? Visto quanto si mangia fuori e quanto si ordina cibo cucinato a casa, quante donne (ops…mi è scappato il maschilismo) e uomini saranno in grado di cucinare? Non si rischia di perdere una tradizione, il nostro ‘mangiar bene’, la fama internazionale, la diffusione della nostra cucina nel mondo? Certo, il numero di ristoranti è aumentato così tanto da dover forse richiedere lavoratori non italiani, ma ci sta bene? Al lettore la risposta; l’importante è che non esageriamo col consumo di pomodori però.

Miro Lontano, 3 agosto 2026

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