
Saviano è uno che se gli capita rinnega se stesso con la massima disinvoltura, Cristo e Giuda insieme. Lo fece in occasione della raccolta di firme nel 2004 in sostegno a Cesare Battisti, nientemeno, proposta sul sito Carmilla dal collettivo maoista bolognese Wu Ming, oggi evaporato ma all’epoca editato dal “fascista” Berlusconi, insieme al defunto Valerio Evangelisti, idem, e a un Giuseppe Genna, idem: Saviano era ancora uno che ci provava, preparava l’exploit di Gomorra, imbevuto com’era di “Nazione Indiana”, sotterranea infima realtà dell’antagonismo letterario”, fu tra i primissimi a siglare, poi capì l’insidia, forse lo informarono dell’arnese che avallava come perseguitato politico, uno boss dei Pac, Proletari Armati per il Comunismo, uno da 4 omicidi, un criminale bugiardo, fuggiasco tra Parigi, il Messico, il Brasile dove dopo 20 anni finalmente le coperture vennero meno, fu acciuffato e allora “Cesarino dice tutto, gringo!” e i suoi garanti, tifosi, fiancheggiatori, sovvenzionatori, firmaioli tutti a squagliarsi come neve al sole.
Ma Bob Saviano, nel frattempo assurto a martire griffato di Gomorra, si era già sfilato con una motivazione squisitamente commerciale: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sì, ma abbiamo buona memoria, compagno: ricordiamo come fosti letteralmente plasmato da quel gran genio di Gian Arturo Ferrari, di Mondadori, ricordiamo quel tuo libro a metà tra romanzo e denuncia: si apriva al porto di Napoli, come la sceneggiatura di “Piedone lo Sbirro”, fu subito fonte di polemiche, di sospetti, di accuse di plagio, testo comunque faticoso, discontinuo, pesante, letterariamente inconsistente, ma sparato nell’empireo letterario dopo minacce camorristiche all’indomani di una epifania da palchetto, minacce sulle quali a lungo l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, nutrì i suoi dubbi, venendo subito precipitato in fama di miscredente, di infame perché mettersi contro san Saviano non era consigliabile.
Ricordiamo anche che a lungo il supponente sofferente era stato l’anello di congiunzione fra gruppi editoriali contrapposti, Mondadori-Einaudi dell’odiato Berlusconi e Repubblica-Espresso dei nemici di Berlusconi. E che problema c’era? Anzi, ci restava con l’aura del perseguitato, coperto di soldi ma perseguitato.
Vent’anni dopo, nuovo autorinnegamento: “Odio Gomorra, mi ha rovinato la vita. Ma è colpa mia. A un certo punto avrei potuto smettere, tirarmi indietro. Non ci sono riuscito”. Veramente sono 20 anni che il più presuntuoso dei martiri piagnucola sul suo unico vero successo, rinfocolando il calvario letterario che gli ha garantito l’agiatezza, il trilocale più servizi a Roma con la compagna di vita e di impegno Meg dei 99 Posse, borghesemente sorvegliato e blindato, oltre all’attico su Central Park perché l’America imperialista fa schifo però è un grande Paese: tanti soldi, tanta gloria, tanta scorta, tanta santità. Non ci sono riuscito dice Saviano, ma gli conveniva?
Oggi lui può dare del ministro della mala vita, staccato, a Salvini come fosse Salvemini e siccome è una citazione colta lo salvano, può dare della bastarda alla Meloni e siccome non sarà colto ma è bocca di martire, di sinistra, lo santificano e lui può continuare a chiagnere e fottere, esattamente come i concorrenti della sottoletteratura militante, per se stessi più che altro, lo Scurati ossessionato da M, come Mussolini, come Meloni, anche lui che non riesce a staccarsi dalla saga che gli riversa addosso tutto il bene possibile ma non diteglielo, potrebbe aversene a male; o il Tomaso delle mille code e delle mille provocazioni e fatturazioni.
Il filone passivo aggressivo dell’immolazione propagandistica è fruttuoso ma alla lunga stanca come stancano i lamenti di chi si pone come vittima sacrificale da nessuno invocata. La verità essendo che ci si guadagna molto e senza conseguenze a parte qualche passaggio di troppo nel barbosissimo salotto di Fabio Fazio. Sbaglieremo noi, ma Saviano ci pare da tempo, forse da sempre, un influencer di quelli con l’eterno, logorante problema di restare nel cerchio di luce e allora s’inventano ogni disagio, ogni tormento, ogni nemico, ogni persecuzione. Tipo il Fedez che più fattura e più torna tutti gli anni a Sanremo a piangersi addosso. Che pesantezza però questo continuo celebrarsi nel vittimismo, che stucchevole, che patetico.
I letterati militanti del dopoguerra non erano granché neanche loro ma almeno ci provavano a dilatare la visione, immergevano il loro “impegno” personale in orizzonti di denuncia più ampi, più generali. Più problematici. Questi sono ombelicali, parlano sempre e solo di sé, la camorra, Mussolini, le guerre, le diseguaglianze, le sciagure planetarie sono quinta, pretesto, l’unica resistenza che conoscono è quella al ridicolo e all’oblio. O meglio, all’oblio a prezzo del ridicolo. Gomorra mi ha rovinato la vita, dice Bob Saviano, ma è colpa mia, a un certo punto avrei dovuto smettere.
A un certo punto quando? Di fare cosa, di giocare sul personaggio o di insistere nell’ossessione commerciale, tutto a questo mondo da ricondurre alla camorra, da Trump alla pasta e fagioli, dunque a Gomorra, dunque a se stesso, dunque al fatturato? Ma poi, se hanno la vita così rovinata chi glielo impedisce a questi narcisetti di scegliersi un’isola e alleggerire loro e noi tutti? I mezzi non mancano, è la volontà a latitare. Perché la vanità è la più potente delle droghe, perché dove lo trovi un altro posto dove il mestiere di martire è così lucroso, così eterno, così resiliente?
Max Del Papa, 28 aprile 2026
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