
Forse dovremmo smettere di ridere, sia pure amaro, e renderci conto che da ridere non c’è rimasto niente, che questo mondo è un pesce morente a boccheggiare follia. Forse sarebbe il caso di inchiodare cartelli “chiuso per cessata attività” dappertutto su questo pianeta in mano alle Greta, ai boia di Hamas, ai dittatori esaltati come ai democratici stragisti, ai finanzieri che si son messi in tasca la politica, ai capi religiosi che alimentano la tratta umana, alla tecnologia che ci rende intelligenze artificiali, cioè cretini naturali, questa tecnologia ludica che in realtà è del controllo e spietato controllo. E non c’è niente più da ridere e nemmeno da sorridere se in America, Cristo santo, scoppia la guerra dei font, i caratteri per scrivere le faccende ufficiali, le circolari del governo e delle istituzioni. L’amministrazione Biden aveva introdotto uno stile calibrì, più leggero, forse frivolo, considerato chissà perché inclusivo, di cosa non si è capito, ma a quelli subentrati, i trumpisti, quella faccenda un po’ svolazzante non piace e allora tornano a uno standard più muscolare, asciutto, il times new romans che è quello che usate tutti di default quando aprite sul vostro schermo un file di testo.
Stamo a parlà de cazzate, ma tant’è: negli Stati Uniti la polemica politica, la sfida del potere si gioca pure su questi sprofondi infantili: e come si prendono sul serio nel precisare che “Rubio ha ordinato all’agenzia di cessare immediatamente l’utilizzo del font Calibri e di tornare al Times New Roman nelle comunicazioni ufficiali, annullando un’altra politica dell’amministrazione Biden volta ad aiutare i dipendenti ipovedenti o ipovedenti. In una nota riservata al personale con oggetto “Ritorno alla tradizione: carattere Times New Roman 14 punti obbligatorio per tutta la carta del dipartimento”, Rubio ha descritto la decisione del predecessore Antony Blinken – che imponeva al dipartimento di utilizzare un carattere sans serif più grande nei documenti interni di alto livello – come una mossa “sprecosa” per la diversità. Rubio ha definito il Times New Roman “più formale e professionale”. “Per ripristinare il decoro e la professionalità nei prodotti scritti del Dipartimento… il Dipartimento sta tornando al Times New Roman come carattere standard””.
Non si capisce una beata mazza, nessuna mente normale arriva a decifrare un simile sproloquio così come a cogliere perché un carattere sarebbe più inclusivo e un altro più rigoroso, forse ci vorrebbe un armocromista tipografico, ma una cosa è sicura, anzi due: io, qui, che sto a scriverne, a commentare la follia, a prenderla mio malgrado sul serio, già sono automaticamente dissociato, anzi dissodato, e, secondariamente, chi legge si scannerà sulla scelta, calibì o times new romans? Poi i soliti che sanno tutto, tranne l’unica cosa che dovrebbero sapere e cioè che sono dei poveri deficienti in libera uscita, commenteranno al solito modo: “ih distrazioni di massa per non parlarci dei veri problemi”. Che sarebbero le ossessioni di cui si nutrono personalmente, e sono 800 miliardi perché ciascuno a questo sbarellato mondo ne cova almeno cento. Ma il vero guaio di questa informazione overload, che non è più informazione e sta oltre il sovraccarico, sta allo scoppio, alla valanga perenne delle cose inutili, è che da quando hanno inventato la Rete c’è uno spazio infinito dove infilare di tutto, di più e di peggio; e quindi Greta, Francesca Albanese, la guerra dei font, lo stupido complottismo straccione per cui “in Australia i sionisti si sono ammazzati da soli”, secondo una compulsione a delirare inaugurata da quel pericoloso megalomane che risponde al nome di Beppe Grillo il quale coi suoi aforismi ignobili, “tutto quello che sai è falso, tutto quello che non sai è vero”, oltre ad avere allevato una setta, con tanto di giornaletto interno, tipo Testimoni di Geova, ha scatenato la frenesia a chi le spara più grosse, così poi finisce al parlamento, al golfo persico, all’Onu, a palazzo Chigi.
E che cosa è la stessa politica ormai se non una giostra di influencer, di balletti, di sanremi dialoganti dove tutti vanno a dare spettacolo e pessimo spettacolo, spettacolo di sé? Nella Atreju inclusiva Renzi, col suo solito zero virgola, va a fingere di dire peste e corna della Meloni, tutta roba che non disturba nessuno, per cosa significa, per come viene detta e per chi la dice, finché il mastodontico Crosetto non piglia il troll fiorentino e lo solleva, lo fa volare affettuosamente: dopo, tutti a cena. Ora, siccome l’informazione è saldata in modo organico alla politica (quelle porte girevoli tra giornali e partiti, anche qui ci vorrebbe una separazione delle carriere), e la politica alla finanza, succede che il potere totale si annette l’informazione, la trasforma in comunicazione che può essere tutto ovvero il suo contrario, che sfocia nella pubblicità che è la menzogna, è il regno dei miraggi, e niente si distingue più da niente. In questa temperie ci può stare benissimo, e difatti pare normale, la pazzia dei repubblicani e i democratici USA che si fanno i dispetti a colpi di font. Quindi, per riassumere: times new romans è maga, è fascista (del resto, evoca o no l’impero romano?), calibrì è democratico, è gender. A questo segno siamo dunque giunti, in attesa della colonizzazione islamica globale che risolverà a colpi di scimitarra tutte queste puttanate. A proposito, voi questo pezzo come avreste preferito leggerlo? In lugubre Gothic? Un ink free a bassa fedeltà? Il novecentesco, vintage courier new che riproduce la macchina per scrivere? Un evocativo, e forse appropriato, segoe print?
Max Del Papa, 16 dicembre 2025
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