Preside antimafia arrestata, lo scivolone di Gramellini

Qualche anno fa fa, in tv, Massimo Gramellini aveva esaltato Daniele Lo Verde. Ecco cosa diceva…

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Ci sono narrazioni che non vanno via, fanno dei giri immensi e poi ritornano, ostinate macchioline di ridicolo sulla storia minima di ciascuno. E siccome nelle magnifiche sorti e progressive la rete dà (memoria) e la rete toglie (credibilità), certe magre sono lì, a disposizione dei curiosi e di chi non lascia passare niente: un lettore della Zuppa, per esempio, ricorda il pippone gramelloso di Massimo De’ Languoris sulla preside Daniela, l’antimafiosa dello Zen palermitano finita nei guai perché, in piena retorica legalitaria, toglieva ai poverazzi, gli studenti degradati, per dare ai ricchi cioè se stessa e il suo staff di presunti razziatori.

Ecco, la preside Daniela essendo antimafiosa e legalitaria di sinistra, piaceva molto al nostro uomo a Rai 3, nel senso di pagato coi soldi nostri: ordunque, il nostro lettore ci ha segnalato, e si trova ancora su Youtube, una sbrodolata gramellinesca talmente giulebbosa, sdolcinata da affliger di diabete il De’ Languoris originale, l’Edmondo De’ Amicis del Libro Cuore: Daniela generosa (un Ciccio Graziani in cattedra), Daniela rigorosa, e questo a suo modo è certo, Daniela che si toglie il pane di bocca e anche i dispositivi elettronici: era esattamente il contrario, secondo i carabinieri che la sorvegliavano: “Questo ce lo pigliamo subito, quello lo vediamo dopo, e non dimenticate di recapitarmi le scatolette e la birra”.

 

Leggendaria, la preside Amazon in trust col negozio di elettronica. E Gramella, intenerito fino alle lacrime: “Faccio quel poco che posso diceva Daniela, e anche io qui faccio il poco che posso”. No, no, stai sereno, de’ Gramellis: hai fatto pure troppo. Per divertirci. Ovviamente adesso l’agiografo fa finta di niente, fa bei sogni: ah, questa narrazione distorta, incompleta: sì, quella sua: “Era come un corpo estraneo Daniela, rifiutata dall’ambiente”. Ca quanno mai! Se c’era una organica all’ambiente dell’antimafia trombona era proprio lei, altro che “ha fatto quello che sa fare da sempre: una catena – e qui la voce si marmorizza, il faccione si contorce nel climax retorico – di solidarietà”. Come no: a se stessa, al vicepreside in maglietta, ai più stretti collaboratori. Già che c’era, il nostro agiografo a Rai 3 c’infilava la pippetta sul Covid, la solidarietà, le chiusure, la legalità e via proibendo. La preside Daniela, che arraffava “nculu alla giustizia”, era l’avamposto dello stato, secondo Gramellini: contento lui…

Caro languoroso De’ Gramellis, il karma è come il Natale, primo o dopo arriva: e qui non è questione di infierire, carognescamente, su uno che sbaglia una pronuncia, la tua cagata è molto più alluvionale, dura 4 minuti e i violini straziati non la rendono più commestibile ma solo più divertente. Ci pensasse, vossia, prima di perculare qualcun altro. Chiunque altro. Che poi ci tornano in mente certi monologhi gramellati, alla Chiara Ferragni. La verità è che siamo pieni di gente ipersopravvalutata, che sta dappertutto a mezzo impresario, ma al dunque non si segnala, diciamo, per particolari talenti, diciamo, salvo, diciamo, quello di saper vivere, diciamo, di saper diciamo fiutare il vento. È peggio che patetico, è grottesco lo snobismo di De’ Gramellis sul Fontana che scrive “libri sconosciuti”: lo è perché senza la solita rete di inviti reciproci, di citazioni, di segnalazioni, di premi vicendevoli, ai De’ Gramellis non andrebbe meglio, con tutto che è piuttosto azzardato, se non imbarazzante, uscirsene col coming out: io sul comodino tengo i libri di uno che scambiava una predona (presunta, presunta…) per una martire della legalità antimafiosa.

E la sinistra è tutta così: fiera, tronfia delle proprie topiche, dell’approssimazione, del tirar via su tutto, e quando salta fuori la figuraccia loro si giustificano l’un l’altro e continuano più tronfi e più impettiti che mai. I colti per autodefinizione, che ridere. I morali, i giusti, maddechè? Ma chi gli crede ancora, a questi? Si ciucciassero lo Strega e restassero lì buoni, che sono peggio che divertenti, sono paradigmatici del comico. “Daniela avamposto di legalità”. Così, per sentito dire, da gente che allo Zen, come dappertutto tranne che nei salottini televisivi e non, si guarda bene dal metterci piede. Si sentono raffinati, sottili come un grissino torinese ma sono pesanti, vanno di grana grossa, di tutto parlano a spanne, citano Marx ma ne tradiscono una conoscenza da bigino, demonizzano il capitalismo cui stanno aggrappati con le unghie.

Scrive Alan S. Kahan nel suo La guerra degli intellettuali al capitalismo: “Per gli intellettuali, la necessità di mettersi alle dipendenze di figure clericali o patronali fu dettata da ragioni di sussistenza”. Solo degli intellettuali? La tendenza, partita nel Settecento, si è dilatata fino ai commentatori organici, ai guitti, ai musicanti che procedono per ondate retoriche e qualunquiste: a un certo punto, tutti sullo scambio sessuale, il gender, l’utero in leasing, poi, da un momento all’altro, tutti a produrre operine evitabili sul clima, sul pianeta condannato, tutti dall’America all’Italia con una sola parola d’ordine: “abbiamo una sola terra e sta finendo”. E non sanno di che parlano ma insistono per le “ragioni di sussistenza” ovvero se non si allineano, se ragionano, se si mettono contro la narrazione dominante e il partito egemone, restano completamente privi di sovvenzioni. E di salottini. E questo mix di climatismo demente, di genderismo pazzoide, di antifascismo strategico, di garantismo malfidato, di legalismo mafioso finisce per essere ridicolo sì, ma devastante.

Fortuna che ci sono poi lettori dalla memoria lunga e carogna, in grado di suggerire una triste verità italiana: Gigino Di Maio nel Golfo Persico non è uno scandalo, è un testimonial migliore della Venere botticelliana ritoccata e corretta.

Max Del Papa, 24 aprile 2023

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