Giustizia

Processi più equi o attacco ai giudici? La verità sulla separazione delle carriere

Due CSM, carriere divise e fine delle correnti? Ecco cosa c’è davvero in gioco

Certo fa un po’ sorridere il titolo del mio articolo, quando scrivo di riforma indifferibile, visto che questa avrebbe dovuto compiersi a fine anni ’80, e che quindi sono passati la bellezza di 37 anni. Ma queste sono le cose che accadono in Italia.

Eh sì, ricordo bene, e lo ricorderanno bene tutti quelli che lavoravano nel campo delle indagini e dei procedimenti penali, cos’era il modello inquisitorio. Quando si aveva a che fare con Pubblici Ministeri e con Giudici Istruttori; quando vigeva un percorso investigativo in cui l’accusa la faceva da padrona, le prove erano sostanzialmente raccolte unicamente dalla polizia, gli avvocati entravano in scena solamente nelle aule dei processi e quindi l’azione investigativa mirava inevitabilmente a inseguire più le prove utili ad ottenere una condanna che a dimostrare una innocenza.

Poi accadde l’incredibile, la riforma del processo penale, la Riforma Vassalli-Pisapia del 1989, quella del cosiddetto Giusto Processo, che spazzò via il modello inquisitorio, vigente fin dal 1930, per diventare accusatorio, in cui l’azione penale nasceva e si sviluppava solo su iniziativa di una parte offesa.

Processo accusatorio, che lì per lì fece pensare ad una ulteriore stretta in favore dell’accusa, e che invece voleva dire esattamente il contrario e cioè che, almeno sulla carta, si era raggiunta la parità tra accusa e difesa, con quest’ultima non più solamente semplice spettatrice, ma protagonista attiva nella ricerca della verità.

Accusa e Difesa, sullo stesso piano, per confrontarsi in condizioni di parità davanti a un Giudice terzo e imparziale, con le prove che andavano a determinarsi non più, o non solo, nei verbali della polizia giudiziaria, ma in aula, nel dibattimento, affrontandosi – le due parti – ad armi pari.

Questa era la riforma, non c’erano altre interpretazioni, non c’erano dubbi su come avrebbe dovuto funzionare. Era chiaro e lampante a tutti però che sarebbe stato necessario fare un passo successivo, un passo talmente scontato al punto da sembrare banale: separare le carriere dei magistrati della pubblica accusa da quelli aventi funzioni giudicanti.

Cosa c’era di strano in tutto ciò? Nulla. Ed invece non accadde proprio nulla! E così per più di trent’anni abbiamo assistito a cambi di casacca, che la riforma Cartabia ha limitato, ma non del tutto eliminato.

Questo ha inevitabilmente viziato l’imparzialità del processo, perché è stato evidente, in tutti questi anni, che la pubblica accusa si è sempre trovata un gradino più in alto rispetto alla difesa, e anche quando i singoli magistrati, sia essi inquirenti che giudicanti, hanno operato in buona fede per applicare al meglio la giustizia, il solo fatto di dare adito a dubbi e sospetti, ha minato negli anni la certezza dei cittadini di poter ottenere vera giustizia.

Oltre alla separazione delle carriere, che giunge con incredibile ritardo, ci sarebbe poi la ovvia creazione di due distinti organi di governo, due CSM, in cui rimarrebbe immutata la proporzione tra magistrati togati e laici, addivenendo però ad un cambio di selezione, introducendo cioè l’estrazione a sorte per i membri togati, per eliminare, ma direi più limitare, l’ingerenza nefasta delle correnti.

Per concludere questa breve analisi, ho letto e riletto il testo della riforma e non trovo nulla che possa far pensare ad un indebolimento dell’indipendenza della magistratura, nulla che possa far pensare a una volontà punitiva, e nulla che possa far pensare che a giovarsene possano essere le persone disoneste, che resta un pensiero insensato.

Sergio De Santis, COL. (RIS.) della Guardia di Finanza

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