Bagno di folla al Meeting di Rimini per Leone XIV, come fu per Giovanni Paolo. Ma gli applausi sono finiti e spenta la musica sulla scrivania Robert Francis Prevost si ritrova un dossier assai meno festoso: quello dell’IDI. E non è uno dei tanti. La crisi dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata rischia infatti di trasformarsi in uno dei veri banchi di prova di Leone XIV sul terreno, assai scivoloso, della sanità cattolica. Il richiamo a Wojtyła non è casuale. Il Papa polacco aveva ben compreso quanto la sanità fosse uno dei luoghi nei quali la Chiesa misura concretamente la propria credibilità: sostenne e valorizzò gli ospedali cattolici e nel 1992 istituì la Giornata Mondiale del Malato.
Il concordato preventivo dell’IDI, presentato il 3 agosto dopo la dichiarazione dello stato di crisi, ha formalizzato una situazione che dentro l’ospedale preoccupava già da tempo. I fornitori fanno i conti con cronici ritardi nei pagamenti, mentre tra i circa mille lavoratori la domanda pressante è: ci saranno i soldi per gli stipendi? Eppure i segnali c’erano: bastava leggere i bilanci e seguire i decreti regionali che, negli ultimi anni, avevano messo nero su bianco i tanti problemi. Sullo sfondo si affaccia pure l’ipotesi di un nuovo commissariamento. Uno scenario che avrebbe un peso ancora maggiore se ricordiamo anche il piccolo particolare che l’IDI è già stato salvato.
Nel 2015, infatti, l’Istituto usciva dall’amministrazione straordinaria seguita al dissesto esploso negli anni precedenti, con un indebitamento indicato all’epoca in centinaia di milioni di euro. L’operazione costruita sotto la regia del cardinale Giuseppe Versaldi avrebbe dovuto inaugurare una stagione nuova. Dieci anni dopo, invece, l’IDI è di nuovo davanti a una gravissima crisi finanziaria. Ed è soprattutto questo che interessa a Prevost: come è potuto succedere? La vicenda arriva dopo una lunga stagione nella quale la Santa Sede ha dovuto più volte intervenire sulla governance delle proprie grandi strutture sanitarie. Ricucita la débâcle di San Giovanni Rotondo, ora è la volta dello storico ospedale di via dei Monti di Creta, dalla cui gestione il cardinale Tarcisio Bertone volle allontanare i frati.
Il Bambino Gesù, oggi presieduto con mano ferma da Tiziano Onesti, ha attraversato negli anni polemiche e verifiche sulla gestione. Sullo sfondo c’è poi il Policlinico Gemelli, gigante della sanità cattolica italiana. E proprio sul Gemelli pesa quella che negli ambienti critici viene considerata una scelta quantomeno discutibile: averne affidato la presidenza a Daniele Franco, già direttore generale della Banca d’Italia e ministro dell’Economia. Sulla sua conduzione non mancano, peraltro, giudizi severi da parte di chi la considera eccessivamente personalistica e solleva interrogativi sull’opportunità di alcuni benefit, seppur legittimi.
Storie diverse, naturalmente. Ma tutte riportano alla stessa domanda, sempre attuale Oltretevere: chi controlla i controllori della sanità cattolica? Per l’IDI, poi, una data è destinata a essere inevitabilmente riletta: 31 gennaio 2026. Quel giorno la Santa Sede rese pubblica la conferma di padre Giuseppe Pusceddu alla presidenza del Consiglio di amministrazione della Fondazione Luigi Maria Monti, proprietaria e gestrice dell’Istituto, per il quadriennio 2026-2029. La domanda allora è un’altra: qual era la situazione economico-finanziaria conosciuta al momento della conferma?
Nelle ricostruzioni interne sottoposte all’attenzione del Papa compare più volte il nome di Antonio Macciotta, direttore della programmazione. Ma quando un IRCCS deve cercare liquidità per sostenere l’attività corrente e rischia di mettere in difficoltà circa mille famiglie, la questione non può fermarsi ai funzionari. E, nella catena dei controlli, non può quindi restare fuori un altro nome: quello di Maximino Caballero Ledo, prefetto della Segreteria per l’Economia, il laico chiamato per mestiere a leggere i numeri prima che diventino emergenze. Ma secondo alcuni spifferi Caballero sarebbe ormai a fine corsa. Se così fosse, il dossier IDI sulla scrivania di Prevost potrebbe servire non soltanto a misurare i conti della struttura, ma anche l’efficacia dell’intero sistema chiamato a vigilare su quei conti.
Perché la crisi dell’IDI, infatti, non riguarda soltanto l’oggi. Costringe anche a rileggere alcune scelte compiute negli anni dalla Segreteria di Stato nella sanità legata alla Santa Sede. Due nomi, in particolare, vengono oggi accostati negli ambienti più critici a quella stagione: Mariella Enoc e Mariapia Garavaglia, e al criterio con cui per anni sono stati individuati i vertici della sanità cattolica. Poi c’è un altro punto ed è politico. Quelle scelte hanno funzionato? Hanno rafforzato le strutture che erano state affidate loro? Hanno garantito equilibrio economico, qualità sanitaria e capacità di trattenere le professionalità che costruiscono il prestigio di un grande ospedale? Tutte domande che oggi acquistano un peso diverso proprio perché l’IDI è tornato in emergenza.
Ed è per questo che anche la conferma di padre Giuseppe Pusceddu, già provinciale della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione e sostenitore del direttore della programmazione Macciotta, torna giocoforza sotto la lente. La Santa Sede ne ha confermato la presidenza per il quadriennio 2026-2029 nel segno della continuità. Ma continuità rispetto a cosa? Se pochi mesi dopo l’Istituto è arrivato a una crisi tanto grave da dover ricorrere al concordato preventivo, è inevitabile chiedersi quali informazioni fossero disponibili al momento della decisione e, soprattutto, chi fosse incaricato di valutarle.
Per il Segretario di Stato Pietro Parolin l’IDI diventa così un altro fascicolo della transizione tra il pontificato di Francesco e quello di Prevost. Ma per Leone XIV la questione è più delicata. Se la crisi dovesse mettere realmente a rischio retribuzioni o posti di lavoro, la protesta potrebbe uscire da via dei Monti di Creta e arrivare nel luogo dove Oltretevere nessuno vorrebbe vederla: piazza San Pietro. Medici, infermieri e dipendenti di un ospedale cattolico davanti al Cupolone per chiedere alla Chiesa di salvare il proprio lavoro. Arrivati a questo punto, a Prevost non basta più sapere chi ha sbagliato. Deve capire chi scegliere per rimettere ordine.
Perché in questa crisi, che non è solo contabile ma profondamente umana, resta una verità semplice, quasi scomoda: la cura non regge senza verità, e la verità senza responsabilità si svuota. Nella sanità cattolica, alla fine, non si misura solo la solidità dei bilanci. Si misura la tenuta di un principio: che nessuna cura è davvero tale se non tiene insieme verità e responsabilità. Anche quando il paziente è la governance.
Luigi Bisignani per Il Tempo 23 agosto 2026
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