Quando la sinistra perde testa e misura: il caso Simonelli (e il Gay Pride)

Da Avezzano arriva la conferma: la libertà vale solo quella di una parte e se è allineata. Il caos creato per un post sul Gay Pride

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Simonelli gay (1)

Succede sempre così. Da una parte, la politica che lavora, ascolta, amministra, affronta i problemi veri di famiglie, cittadini, imprese. Dall’altra quella che vive di slogan, di indignazione prefabbricata, di moralismo a corrente alternata. E poi succede che quando qualcuno osa dire ciò che pensa, scatta la macchina del fango. È quello che è accaduto ad Avezzano. È bastata una frase forte per far impazzire gli antagonisti.

La libertà ma solo se allineata

La sua colpa sta nell’aver detto, senza ipocrisie, che certe esibizioni, da chiunque provengano, non sono degne di una piazza pubblica. Ha usato, sicuramente, una metafora forte. Senza però, come ha insinuato persino un Senatore del Partito Democratico, insultare nessuno in base a ciò che è. Ha criticato, si, ciò che alcuni fanno, perché in democrazia si può e si deve distinguere tra l’essere e l’agire.
Non si tratta di essere contro qualcuno. Ma di avere il diritto – sancito costituzionalmente – di dire che un determinato modello può non rappresentare, può non piacere, può non essere idoneo da mostrare ai bambini.

Ma, quindi, cos’è successo?

Al mio via, strappatevi le vesti

Negli ultimi giorni, il consigliere comunale di Avezzano, Nello Simonelli, è finito al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito al travisamento cosciente e voluto delle sue parole contro il Pride. Il portale gay.it, la principale piattaforma della sinistra italiana LGBTQIA+, così riporta: “Se ti comporti da maiale, stai nella stalla”, ribadendo che la sua frase fosse riferita ad omosessuali, bisessuali e transessuali. Certamente, si tratta di una visione critica nei confronti di una manifestazione che ormai, più che unire, divide sempre più spesso.

Non solo, nel giro di poche ore dalle sue affermazioni, che riportiamo integralmente al termine dell’articolo, si sono succeduti: comunicati infuocati da parte di AVS, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle e, per tramite di un Senatore, Pd; il già menzionato articolo con cui gay.it lo pone nella lista nera dei nemici della popolazione colorata; attacchi personali sui social; richieste di dimissioni; il solito linciaggio verbale collettivo, condito da accuse di odio e omofobia. Ma, soprattutto, tantissima solidarietà da parte, invece, di cittadini, tanto della città abruzzese, quanto dell’intero Abruzzo e del territorio nazionale.

Nessuno degli offendenti ha risposto nel merito. Nessuno ha difeso il fatto che, a titolo esemplificativo, uomini seminudi con collari al collo possano esibirsi in piazza davanti a dei minori. Nessuno ha parlato del limite tra espressione e volgarità. Tutti gli oppressi, trasformatisi in oppressori, si sono limitati a gridar contro chi osa dissentire. Perché la sinistra oggi non ragiona più: la sinistra urla.
Ed è uno schema divenuto tristemente familiare: si attende una frase, un pensiero, un ragionamento che non piace, si monta il caso in chiave politica, amplificando il clamore nel mainstream mediatico, si creano delle liste di proscrizione. La sinistra prova a mutare il tema – condivisibile o meno che sia – in una campagna non contro il pensiero ma contro il pensatore. Non si discute nel merito, su valori e priorità: si crea un nemico, preferibilmente definendolo quantomeno omofobo, si attende la gogna pubblica e poi si chiude qualsiasi discorso.

Parole in libertà solo se piacciono a loro

Così, la libertà diventa un’arma a senso unico. Puoi esprimerti liberamente, non sia mai che ti venga impedito: semplicemente, devi dire ciò che vogliono che tu dica. Se critichi, se divergi, se non fai l’applauso, sei fuori dal perimetro della civiltà. Se citi la famiglia naturale, sei triviale. Se chiedi decoro nelle piazze, sei un troglodita.

Eppure, questa società occidentale che qualcuno cerca di destrutturare ha fondato la sua forza sulla libertà reale: quella che include il dissenso, la critica, la voce fuori dal coro. Siamo stati, siamo ancora per fortuna, quelli che credono nei valori della convivenza civile, del rispetto, dell’identità come baluardo che consente di confrontarsi con l’altro. Siamo quelli che non accettano di essere silenziati da chi pretende di essere tollerato, perché la tolleranza è un’altra delle virtù cristiane, ma anche celebrato, santificato, imposto.

La buccia di banana della sinistra

Nonostante questa tempesta, però, per una volta qualcuno non sente il bisogno di scusarsi. Il consigliere non arretra, evidenzia come non ci sia un intento discriminatorio ad personam bensì a toni esasperati che, pur essendo da tutti percepiti come tali, non possono essere più oggetto di discussione. “Chi si mostra in modo eccessivo di fronte ai minori, dovrebbe riflettere sul messaggio educativo che vuole dare”. È una posizione oggi percepita come conservatrice? Probabilmente, si. È ancorata ad un senso classico ed immortale di decoro e coerenza? Sicuramente.

Perché chi oggi predica inclusione, imponendo che non vi sia alcuna considerazione, non vuole il dialogo. Vuole il dominio delle coscienze. E chi si nasconde dietro una parola abusata come diritto per giustificare qualsiasi pubblica provocazione, sta solamente cercando di demolire i fondamenti stessi della società: sobrietà, decoro, differenza tra ambito pubblico ed ambito privato.
Che si tratti di una buccia di banana per gli irriducibili delle battaglie perse, lo dimostra il fatto che il comunicato del consigliere, che si riporta integralmente, è difficilmente attaccabile, se letto con le lenti neutre del giudizio e della misura.

Il post incriminato

“Scrivo oggi perché me lo hanno chiesto amici e persone che stimo: omosessuali, transessuali, cittadini come tanti, che vivono con dignità e rispetto. Senza bisogno di autoghettizzarsi in “riserve indiane”, né di rivendicare uno status speciale in virtù dell’identità sessuale.
Ieri in piazza, durante il Pride, è stato lanciato un messaggio becero e surreale: “Siamo qui perché ci avete messo ai margini della società.”
Fermiamoci un attimo. Forse è il momento di smetterla con le fanfaronate da palcoscenico, buone solo a polarizzare l’opinione pubblica e a generare un clima di guerra perenne.
Sapete chi è davvero ai margini della società? Chi ci si mette da solo – urlando che è giusto andare in giro nudi, che gli eccessi devono essere sdoganati ovunque, che ai bambini bisogna insegnare che “mamma e papà” non esistono, che la nostra civiltà occidentale è da buttare — salvo poi solidarizzare con regimi in cui verrebbero massacrati.
E sapete dove si trova, invece, chi è omosessuale o transessuale ma vive con rispetto e normalità, senza esibizionismo? Al centro della società.
Ci sono gay, lesbiche, trans che hanno aziende, che lavorano, che pagano le tasse, che vivono la propria vita con pienezza. Che hanno compagni o compagne, che vanno in palestra, al supermercato, che sorridono al prossimo. Che non chiedono privilegi, ma ogni giorno contribuiscono alla collettività. Che non rivendicano di essere migliori in quanto “diversi”, ma si distinguono per impegno, serietà, responsabilità.
Sono queste persone – concrete, libere, produttive – il vero valore aggiunto della nostra società.
Chi invece si dichiara “ai margini” spesso ci vuole restare. Lo fa per vittimismo sterile, scollegato dalla realtà.
Perché se, in una giornata qualunque, senti il bisogno di denudarti in piazza per “affermare te stesso”, con dei bambini a un metro da te, ai margini della società ci devi restare. E non conta se sei eterosessuale, omosessuale, bianco o nero. Si chiama decenza. E chi si comporta da maiale, stia nella stalla.
Il messaggio delirante di ieri è stato avallato da esponenti del Partito Democratico, che da tempo ha scelto di posizionarsi ai margini della società reale, quella fatta di famiglie, di lavoro, di responsabilità.
Non credo che Armani, Dolce, Gabbana, Freddie Mercury, Elton John o Gianni Versace abbiano mai creduto alla favola dei “margini della società”. Anzi.
Viva la nostra società. Viva chiunque, con sobrietà e rispetto, sceglie di esserne protagonista e non problema”.

La vera provocazione? Dire la verità

Difficile non convenire. Difficile anche non comprendere che quella frase, nel contesto, è diventata virale perché ha toccato un nervo scoperto. Perché è la semplice, anche banale se si vuole, reazione del buon senso davanti all’eccesso. È il sussulto morale di chi, anche se in silenzio, si è stancato di sentirsi dire cosa pensare, dire, celebrare.

È la reazione, naturale e condivisa dalla quasi totalità della popolazione, di fronte ad una campagna ideologica. Perché questo cercano, a sinistra: trasformare un consigliere comunale dell’entroterra abruzzese, in un mostro da abbattere. Questo rivendica il portale gay.it, senza girarci intorno. Ottenendo, però, l’effetto opposto. La creazione di un martire.

Identità contro confusione

Quel che emerge è chiaro: siamo in un’epoca di offensiva culturale che vuole abbattere il senso del limite. Non è più una battaglia per i diritti, quanto una litta per ridisegnare uomo, famiglia, sessualità e società. Chi si oppone, viene diffamato, ridicolizzato, isolato. Anche se non accade mai, perché semplicemente viene spostato nel campo di gioco opposta alla sinistra, a pieno diritto.

Non serve arretrare, nemmeno di un centimetro. Non c’entra nulla l’ideologia, la nostalgia, la repressione, il bigottismo. C’entra l’essere uomini e donne che provano a correggere le distorsioni senza però distruggere la società. C’entra l’essere Occidentali che non vogliono distruggere la propria anima, ma riscoprirla.

Bisogna non saper prendere lezioni da chi difende il pubblico degrado, da chi si scandalizza per la difesa dell’educazione. Bisogna non dover esser processati per le opinioni, non facendo passare tutto per inclusione. Bisogna non dover accettare la lesione delle libertà a servizio della narrazione ideologica.

In questa vicenda, la sinistra ha mostrato – se ancora ve ne fosse il bisogno – il volto della sua intolleranza intellighente: colta nei toni, violentissima nella sostanza.

Trasformando, però, un consigliere comunale dell’entroterra abruzzese, in un simbolo della resistenza all’unipensiero.

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