Cin Cinico

Queer o Pro Pal, questo è il dilemma: che pena il Flotilla Pride

Lite a bordo della Global Sumud per la presenza di attivisti Lgbt. Se sbarcano a Gaza, Hamas farà pure di peggio

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flotilla greta gaza

Dopo giorni in Sicilia, la Flotilla è finalmente salpata per portare sostegno e solidarietà ai civili di Gaza. Non si sa come entreranno, non si sa quello che succederà, eppure il viaggio prosegue fra narrazioni epiche al limite del ridicolo. L’iniziativa, lo sappiamo vista l’enorme copertura mediatica, si presenta come un gesto di pace, di inclusione, di resistenza contro l’oppressione. Fin qui tutto bene, se non fosse per il piccolo dettaglio che sulle barche della flotta ci sono membri LGBTQIA+ e che l’Islam radicale, sino a prova contraria corrente di pensiero principale lungo la striscia, considera l’omosessualità un peccato capitale, punibile con la morte.

E dunque in queste ore, stando agli articoli di diverse testate del mondo arabo come “Le Courrier de l’Atlas”, stiamo assistendo ad una serie di critiche e di conseguenti diserzioni di alcuni membri centrali della spedizione, proprio a causa dell’inconciliabilità del mondo musulmano con le ideologie queer. Ma andiamo nel dettaglio.

Il coordinatore della spedizione tunisina, Khaled Boujemaa, in una diretta social dal porto di Biserta, ha annunciato di abbandonare la missione umanitaria, accusando con toni molto duri alcuni membri della missione per il fatto di non essersi annunciati subito come esponenti del mondo LGBTQIA+: “Ci hanno mentito sull’identità di alcuni dei partecipanti in prima linea nella flottiglia, accuso gli organizzatori di averci nascosto questo aspetto”. Insomma, l’imperdonabile errore si sostanzia nel fatto che i membri queer nelle imbarcazioni prima siano saliti a bordo senza presentarsi come tali e che ora siano lì per pubblicità e non possano apportare nessun aiuto concreto vista la distanza di vedute con l’Islam.

Boujemaa non è l’unico critico nei confronti delle variegate sensibilità all’interno della Flotilla. Alcuni commentatori e giornalisti arabi, come Samir Elwafi, liquidano i queer come ingenui esponenti dell’Occidente: tanto “impuri” da rischiare di rovinare irrimediabilmente la mediazione della Flotilla su Gaza, troppo distanti dai codici culturali per essere accolti, eppure così convinti di portare un aiuto da credersi degli eroi: “Cosa possiamo aspettarci da un arabo musulmano che vede e sente gli slogan del movimento ‘queer’ in una flottiglia in nome della sua causa più sacra e che viene così profanata?!”. Addirittura “profanata”.

È chiaro: evidentemente non si tratta di un mero dibattito accademico. Le leggi e i codici sociali imposti dall’Islam radicale non solo non contemplano diritti per le persone LGBT, ma sanciscono la loro totale cancellazione. In altre parole, mentre in Occidente queste persone rivendicano (giustamente) parate e matrimoni, a Gaza verrebbero perseguitate. Eppure sono partite lo stesso alla volta della Palestina. E così il paradosso è servito: parte del mondo arabo, pur essendo empatico con la causa palestinese, guarda a questa Flottiglia con un misto di imbarazzo e fastidio.

Perché sì, l’idea che attivisti “arcobaleno” si autoproclamino difensori della Palestina è per loro non solo culturalmente incomprensibile, ma addirittura offensiva. Troppo lontani, troppo diversi, troppo occidentali per essere presi sul serio.

C’è qualcosa di grottesco in questo scenario. Sostanzialmente siamo di fronte a un manipolo di vegetariani che si imbarcano per difendere una macelleria. Di fronte a un branco di polli che con tenacia si dirigono verso un KFC. Ecco, più o meno la stessa proporzione logica si applica qui: attivisti queer pronti a rischiare la vita per sostenere un regime che li considera abomini da estirpare. La satira davvero si scrive da sola. Sul ponte della nave, bandiere arcobaleno sventolano accanto a slogan pro-Palestina, mentre dall’altra parte dell’ideale orizzonte, Hamas (ancora oggi guida politica a Gaza) li guarderebbe come un corpo estraneo, forse da tollerare giusto il tempo di sfruttarne l’immagine propagandistica, forse nemmeno. Perché, diciamolo chiaramente: se domani questi stessi attivisti scendessero in strada a Gaza vestiti come nelle loro parate occidentali, il finale non sarebbe un comunicato stampa di successo, ma un linciaggio pubblico.

Così, questa flottiglia diventa un’alleanza impossibile, costruita sull’ignoranza reciproca e sulla necessità di avere una “causa” da difendere, anche se quella causa, in realtà, ti odia. In mare aperto, le imbarcazioni navigano. Da una parte arcobaleni, dall’altra kalashnikov dei terroristi che odiano l’Occidente, le sue barche, gli omosessuali. E in mezzo non può esserci null’altro che un mare di incoerenza.

Alessandro Bonelli, 23 settembre 2025

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