
I porti d’Italia nelle nebbie. L’incertezza che aleggia sui vertici dei porti italiani dove sta per abbattersi uno tsunami rischia di creare problemi alla maggioranza di governo e di fare da sfondo al Global Summit del WTTC (World Travel & Tourism Council) che, a fine settembre, approderà a Roma.
Il WTTC riunisce armatori, compagnie aeree e leader di settore che dettano l’agenda del turismo globale ed è presieduto da un italiano: Manfredi Lefebvre d’Ovidio. L’evento, fortemente voluto da Daniela Santanchè, dall’Enit e dall’assessore ai Grandi Eventi di Roma, Alessandro Onorato, verrà aperto dalla premier Meloni. Tra i relatori figurano Pierfrancesco Vago di MSC Cruises, i CEO di Marriott e Intercontinental, Capuano e Maalouf, Paolo Barletta con i suoi treni storici “Dolce Vita”, Massimo Caputi e Bernabò Bocca, presidenti rispettivamente delle terme e degli albergatori italiani.
I porti, primo hub crocieristico d’Europa, sono il biglietto da visita del Belpaese, con i suoi oltre 8.500 km di coste: ben 57 scali di rilevanza nazionale o internazionale e 16 Autorità di Sistema Portuale. Per le loro strutture ci sono circa 4 miliardi di euro di fondi del Pnrr da spendere e rendicontare entro il 31 dicembre 2026, pena la perdita dei finanziamenti. Eppure di questa scadenza sembra non ricordarsene nessuno. Con un’eccezione: Renato Schifani, governatore della Sicilia, che interrompendo le vacanze agostane è rientrato a Palermo per impugnare, davanti al TAR, la stravagante nomina di Annalisa Tardino – ex eurodeputata leghista bocciata a Bruxelles – a commissario straordinario dei porti della Sicilia orientale. Con candore, la neo-nominata pare abbia confessato di aver visto il porto di Palermo solo poche volte in vita sua. Eppure questa mastodontica Autorità governa sei scali chiave: Palermo, Trapani, Termini Imerese, Porto Empedocle, Licata e Gela. Fino a ieri erano sotto il timone sicuro di Pasqualino Monti, tra i manager più autorevoli del settore.
La presa di posizione di Schifani, che rischia di compromettere i rapporti tra Forza Italia e la Lega con ripercussioni sul governo centrale, si poggia su due basi: l’assenza di competenze della Tardino e la mancata concertazione con la Regione da parte del Mit. A complicare il quadro potrebbe arrivare la richiesta di sospensiva presentata dai presidenti e dai commissari sostituiti, capace di bloccare le nuove nomine prima ancora che entrino in funzione. Un combinato disposto che rischia di trasformarsi in un effetto domino: ricorsi a cascata ai tribunali amministrativi e paralisi dell’intero sistema portuale.
In effetti, spesso i curricula dei nuovi nominati sono fantasiosi e privi dei requisiti richiesti dalla legge: ex guardie forestali, patenti nautiche spacciate per “esperienza”, politici riciclati come Davide Gariglio – che dopo una carriera di partito approda magicamente ai vertici portuali – o Francesco Mastro, uomo per tutte le stagioni legato a Michele Emiliano. Un’infornata di inciuci, anche con il Pd, che ricorda la Prima Repubblica, quando però le biografie erano, almeno sulla carta, inattaccabili.
Oggi invece troviamo Matteo Paroli a Genova, fresco di condanna in appello per i danni causati al porto di Livorno. A La Spezia spunta Bruno Pisano, industriale dello shipping, competente sì, ma con un conflitto d’interessi largo quanto una rada. A Civitavecchia approda Raffaele Latrofa, ex vicesindaco di Pisa, che si definisce “uomo di mare” solo per aver redatto il piano regolatore del porto di Viareggio. A Napoli si affida il controllo a Eliseo Cuccaro, fino a ieri “aliscafista”, oggi a gestire quelle stesse concessioni che prima controllava. A Gioia Tauro il governo piazza Paolo Piacenza, reduce dalle inchieste genovesi, mentre a Venezia, come “doge” anche di Chioggia, sbarca Matteo Gasparato: finito dove non voleva, con l’effetto – come nel caso Schifani – di far infuriare persino Zaia, teoricamente suo alleato di partito.
La procedura di nomina dei presidenti delle Autorità era stata avviata con una call pubblica nel luglio 2024: tredici mesi non sono però bastati per selezionare, tra oltre 400 candidature, un solo professionista con “comprovata esperienza nel settore dei trasporti e della logistica”.
Eppure i numeri ci vedono ancora in rotta di primato: l’Italia è il primo hub crocieristico europeo, con nove porti tra i primi venti del Mediterraneo, quasi 15 miliardi di valore aggiunto nel 2023 e una crescita costante. Civitavecchia, rilanciata da Pino Musolino, è il secondo porto crocieristico d’Europa e il sesto al mondo; dal 2023 Musolino è stato anche presidente di MedPorts, l’associazione che rappresenta oltre 200 porti mediterranei. Solo 48 ore dopo le sue “volontarie” dimissioni, com’era prevedibile, lo ha accaparrato come AD un importante gruppo privato. L’Italia è prima nel trasporto a corto raggio, con il 40% delle Autostrade del Mare e la più grande flotta Ro-Pax globale.
Tuttavia, il potere non si misura solo con i numeri, ma anche con la capacità di difenderli e di tenere la rotta. Ed è qui che il timone sembra sfuggire di mano. Il Mediterraneo è oggi mare aperto di battaglie geopolitiche: la Cina, attraverso COSCO, ha già comprato il Pireo e mira a Trieste; la Russia cerca scali per aggirare le sanzioni; la Turchia tenta di issare la sua bandiera su Libia e Maghreb; Tangeri diventa hub globale sotto l’ombrello marocchino. E l’Italia? Rischia di restare a guardare dai suoi moli.
Il paradosso è che non affondiamo per mancanza di risorse, ma per disattenzione. Solo il 49% dei nostri porti è collegato alla rete ferroviaria, come denunciava già lo scorso secolo Lorenzo Necci, visionario numero uno delle Ferrovie. Il Sud resta prigioniero della mancanza di infrastrutture. Venezia – che fino a pochi anni fa movimentava 1,7 milioni di crocieristi l’anno – è oggi ridotta a reliquia per vincoli ambientali mai compensati da alternative. E intanto si preferiscono commissari fedeli a capitani esperti.
Così i nostri porti diventano piattaforme di altri: basi logistiche per la Cina, scali di transito per i traffici russi, trampolini per la Turchia. Ogni ritardo è un regalo agli avversari. Ogni nomina sbagliata è una fetta di sovranità ceduta.
La storia dovrebbe ricordarci che siamo stati Repubbliche marinare, che Genova fu la dogana d’Europa. Ma senza una strategia rischiamo la deriva. I porti diventeranno cancelli aperti a interessi altrui, non strumenti di potere nazionale. Il Mediterraneo non perdona chi resta distratto sulla tolda. E noi, da protagonisti della storia, rischiamo di ridurci a mozzi al servizio di terzi.
Armatori illuminati che amano l’Italia come i Lefebvre, gli Aponte, gli Onorato, i Grimaldi, i Lauro, i D’Amico, i Barbaro e Massimo Perotti, con la sua idea di porti innovativi, lo sanno bene. La domanda sorge spontanea: lo sa anche il governo? Meloni, Salvini, Musumeci e Rixi, se non volete che l’Italia si incagli sugli scogli della storia, battete un colpo.
Luigi Bisignani per Il Tempo, 24 agosto 2025
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