Quell’innocuo girasole

Il ricordo di Alessandro, morto al campetto, strappato da chi invoca il "decoro". Ma è una storia a lieto fine

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via dezza

Da otto anni, settimanalmente, una mamma milanese compie un gesto semplice ma di fondamentale importanza per lei: appende un girasole sulla rete intorno al campetto da basket di via Dezza. Quel fiore non viene lasciato lì a caso: è il modo più delicato e discreto che la donna ha per ricordare suo figlio, Alessandro, morto nel 2017 a quindici anni per un arresto cardiaco proprio su quel campo, dove passava i pomeriggi a giocare. Il girasole, scelto perché era il fiore preferito del ragazzo, è diventato così nel corso del tempo un piccolo inoffensivo segno di memoria che non ha mai disturbato nessuno.

Recentemente però, inspiegabilmente, quel girasole è stato strappato via. Ripetutamente. Nonostante l’inqualificabile cinismo del gesto, la madre lo ha sempre rimesso senza arrendersi alla cattiveria gratuita di chi lo rimuoveva. In più, qualche giorno fa, pensando che l’azione derivasse dall’ignoranza del significato di quel fiore, accanto ad esso ha deciso di lasciare un biglietto, con parole semplici e firmandolo a nome del figlio scomparso: “Non strapparmi. Non mi sono più rialzato dopo essere caduto su questo campo. Questo girasole mi ricorda. Grazie, Alessandro.” Un modo, questo, per cercare di empatizzare con chi strappava il fiore e fargli conoscere il dolore dietro il piccolo simbolo.

Ma l’effetto è stato l’opposto: l’individuo disumano che toglieva il fiore ha persino argomentato la sua motivazione, scrivendo sotto al biglietto della madre di Alessandro una frase dalla crudeltà spiazzante, oltre che dall’italiano largamente lacunoso: “Se tutti mettono un fiore per ogni morto, Milano sarebbe una pattumiera.” La frase ha fatto il giro dei social e non ha ferito solo la madre, ma l’intera comunità del quartiere, dei giovani che quel campetto lo frequentano e che conoscono la storia di Alessandro e di due genitori che attraverso quel ricordo tiene in vita una parte di lui.

E qui emerge la parte bella e commovente della storia: per fortuna, nel giro di poche ore, via Dezza si è trasformata in un piccolo giardino di girasoli. Decine di persone hanno portato i fiori preferiti di Alessandro per ricordarlo. Alcuni fiorai della zona, informati della vicenda e scossi dalla crudeltà inflitta a una povera donna che ha perso il figlio appena quindicenne, hanno persino donato i fiori gratuitamente pur di partecipare a questa bella reazione collettiva. In molti hanno anche lasciato biglietti di vicinanza alla madre, parole di conforto e di indignazione verso chi aveva cancellato quel ricordo con tanta insensibilità.

Alcuni frequentatori del campetto hanno organizzato anche un torneo di basket, questo sabato. Sono state sviluppate anche delle proposte per la creazione di un murales raffigurante un girasole e di una targa da apporre sul campo. I genitori di Alessandro, commossi, hanno ringraziato i milanesi per la grande partecipazione popolare che si è stretta attorno a loro in un grande abbraccio.

E così, questa è la storia (fortunatamente a lieto fine) di come il subdolo cinismo, quello che si vergogna di sé a tal punto da nascondersi dietro una scritta anonima, può essere annientato dal bene di una comunità viva, che respira il territorio, che empatizza con il prossimo, con il vicino, con il conoscente e persino con lo sconosciuto. La storia di come possono cambiare in meglio le cose quando una rete di persone si attiva e dona il suo contributo positivo per contrastare un sopruso, una violenza ingiustificata.

La storia, infine, di come la bellezza della bontà vinca sempre contro la banalità del male. Una bella storia.

Alessandro Bonelli, 28 novembre 2025

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