
Il sacrificio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse fu la pietra tombale sulle ambizioni di governo della sinistra democratica per i 20 anni a venire, finì di lacerarla non per motivi umanitari ma strategici, politici. Il partito, il sindacato tra via Fani e via Caetani capì che non poteva più restare alla finestra, che doveva collaborare con lo Stato e con la polizia ancor più strettamente che un anno prima con la contestazione a Luciano Lama e al convegno bolognese dell’Autonomia contro “la repressione”. Messo fuori gioco proprio nel giorno della sua partecipazione esterna, ma inedita, al nascituro governo Andreotti, il PCI abbandonò ogni remora, ogni illusione circa il recupero dei “compagni che sbagliavano”, per non dire che uccidevano senza senso, come sarebbe stato chiaro di lì a pochi mesi in occasione dell’omicidio del cigiellino Guido Rossa: sindacato infiltrato dai brigatisti, pieno di simpatizzanti, ma il partito fa quadrato e riesce a fare terra bruciata agli estremisti e i fanatici.
Eppure la potenza evocativa, terroristica, della strage della scorta di Moro e poi del suo drammatico ritrovamento non smettono di fare presa nella sinistra giovanile dopo quasi 50 anni se è vero che ancora oggi si possono trovare a Trento, all’università dei ragazzini in cerca di visibilità che rappresentano l’omicidio del presidente democristiano: fra loro addirittura una capetta di consiglio studentesco, una ventunenne che si mette in mostra con maglietta Barbie BR e fin nel bagagliaio della leggendaria Renault 4 al posto del cadavere dello statista pugliese. Non una novità, anzi la messinscena di Moro con tanto di auto brigatista è un classico della coglionaggine di sinistra, a conferma che la sensibilità è quella che è e non cambia: come allora esultavano in tanti, anche dentro le istituzioni, senza che il partito potesse ammetterlo, così oggi c’è sempre qualcuno a raccogliere il testimone di una miseria che sarebbe esagerato accogliere con lo stupore dei perbenisti e dei bigotti.
Cosa concludere allora? Detto che la sinistra non può cambiare, al di là delle belle parole, che la sua umanità rimane legata al terrore, alla violenza, all’equivoco rivoluzionario per cui si vorrebbe, come si pretese allora, sbaragliare un sistema capitalistico non equo, non risolutivo delle ingiustizie e dei turbamenti sociali, ma che bene o male garantiva un livello di vita mai sperimentato prima, affidandosi alle gesta sanguinare di un pugno di sedicenti guerriglieri che ammazzavano a caso, andrebbe rimarcata la pochezza intellettuale di generazioni acerbe che una dopo l’altra crescono nel mito calante di vecchi, pessimi maestri mai conosciuti, mai assimilati, come in quello crescente di figure pop di livello mediocre o imbarazzante: le Salis, le Elodie, i professorini a contratto, i guitti a sovvenzione, certa sottocultura di consumo che va da Saviano a Zerocalcare.
Inutile disperarsi, sono i figli del post benessere rincitrullito senza neppure più l’alibi tenue della sbornia ideologica; gli arriva tutto per eco, per riflesso e tutto assorbono come da un frullatore privo di discernimento, di analisi, di conoscenza, per dire quello che a sinistra si ama definire come contesto. Con Moro le BR fecero manovalanza, si prestarono il lavoro sporco che premeva, questo ormai è assodato e ammesso, alla CIA, a Kissinger, forse al Mossad, forse anche all’OLP perché Moretti giocava su troppi tavoli, ragion per cui a modo suo si è salvato sia pure stritolato dalle sue furbizie campagnole, di marchigiano ambiguo e rancoroso. E questi oggi come allora esaltano una operazione che mise fuori gioco la sinistra per conto di quelli che considerano, oggi come allora, imperialisti.
Anche a chi scrive capitò, venti anni fa, di sorprendere sul nascente Facebook le foto di qualche conoscente, purtroppo maturo, avvoltolato come un verme in una R4 “al posto di Moro”: sapevo che era un fallito, un alcolizzato, e mi fece pena quell’inutile gesto di trasgressione, di rivolta non si capiva contro cosa se non se stesso. Questi però sono mocciosi ancora, qualcuno deve avergli raccontato in termini epicizzanti una delle pagine più torbide e mediocri della democrazia italiana, e loro hanno pensato di fare gli influencer dell’antagonismo su una vicenda di mezzo secolo fa. Non c’è da scandalizzarsi, solo da allargare le braccia sconsolati: sono i restiamo umani che vogliono estinguere gli ebrei, tutti impacchettati nella nebulosa sionista, sono quelli che esaltano le teocrazie dove si arrestano due donne al giorno e una finisce per penzolare da una forca o lapidata, sono i mocciosi viziati che hanno ereditato un curioso concetto della tolleranza.
Sono i cretini masochisti che vanno al pride con le bandiere di quelli che trucidano gli omosessuali, che tifano regolarmente per quelli che non fanno mistero di volerli sterminare non appena prenderanno il potere anche qui. Che poi votino per Salis o per Lella, è questione di lana caprina, l’una essendo stata cavata dalle peste giudiziarie e spedita a far la bella vita in Europa per volere dell’altra. E immaginiamo che questa capetta del consiglio studentesco di Trento, che non citiamo perché irrilevanza e perché sarebbe fare il suo gioco, è una di quelle femmine più o meno percepite, da “non una di meno”, che auspicano la Meloni a testa in giù, possibilmente bruciata.
A proposito. Grande scalpore avevano suscitato, proprio all’ateneo trentino, alcune chat di elementi di Fratelli d’Italia che pare si rifacessero idealmente a Salò (bravi merli anche quelli): tutti a contorcersi, a rotolarsi in terra nello stracciarsi di vesti. C’è da scommettere che in questo caso le reazioni, se mai arriveranno, saranno da pompieri: “una bravata”, “bisogna contestualizzare”, “nessuno criminalizzi gli studenti democratici”, sino al climax fatale, colpa di Israele, di Trump, della guerrafondaia Giorgia. La spocchia, l’ipocrisia, la doppia morale, la stupidità razzista non la cambiano, si riproducono tal quali, il benessere non induce ripensamenti, maturazioni.
Al liceo Carducci convissi tra il 1978 e il 1983 coi figli dell’ottima borghesia che abitavano in magioni non ancora ztl ma centro del centro nobile, con certi eredi di imperi dolciari tra Italia e sud America, con i compagni già allora opportunisti che invitavano a “comprendere e sostenere le ragioni delle Brigate Rosse” che avevano trucidato Moro e la scorta, poi andavo a trovarli e mi apriva la domestica anziana in cresta e pettorina, “il signorino Paolo sta riposando”. Ma appariva lui Paolo, condiscente e regale, “lascia Alice”, ci penso io, e mi introduceva in quel castello che ci voleva un’ora a girarlo, dentro aveva perfino un locale adibito a discoteca con attrezzature professionali. Non ho saputo di derive estremistiche, Paolo deve avere seguito la carriera del padre, ebreo meneghino, avvocato d’alto bordo. Ho visto le chat di questi compagni invecchiati a proposito dei loro figli che un paio d’anni fa avevano fatto il cartonato della Meloni capovolto e bruciato: “Grandi. Fiero dei miei figli. Magari non fosse una sagoma”. Inutile prendersela, i compagni non cambiano, non possono.
Max Del Papa, 24 giugno 2025
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