
Da diverso tempo, purtroppo, c’è un momento nella narrazione pubblica della giustizia italiana in cui il magistrato diventa personaggio. Non più soltanto uomo delle istituzioni, ma simbolo, volto televisivo, oracolo buono per ogni talk. Nicola Gratteri è da anni uno di questi simboli: l’uomo della lotta alla ’ndrangheta, il pubblico ministero inflessibile, il volto rassicurante dell’antimafia militante. Poi però arrivano i numeri, arrivano i fatti. E soprattutto arrivano – implacabili – i risultati. E lì la narrazione comincia a scricchiolare. Perché se si scava sotto la superficie, come fa con puntiglio Il Foglio, emergono storie che raccontano un’altra faccia: quella dei flop. Non incidenti isolati, ma crepe sistemiche tra ambizione investigativa e realtà processuale.
Il caso di Platì è forse il più emblematico, perché ha dentro tutto: la potenza spettacolare dell’azione giudiziaria e la debolezza finale del suo esito. Nel 2003, in un paese di appena 3.800 abitanti, scattano 125 arresti, una retata che sembra voler riscrivere la geografia della ’ndrangheta. Numeri da operazione storica, da prima pagina, da conferenza stampa con effetto wow. Peccato che, anni dopo, il bilancio sia desolante: su 215 indagati, soltanto otto condanne e nessuna per mafia. Il resto? Assoluzioni, prescrizioni, risarcimenti per ingiusta detenzione
Ma il dettaglio che trasforma la vicenda da tragica a grottesca è quasi letterario. Un errore linguistico: “latistanti” scambiato per “latitanti”. Una parola fraintesa che diventa un’inchiesta, un’inchiesta che diventa una retata, una retata che diventa un fallimento giudiziario. Viene da chiedersi se sia più inquietante l’errore o il sistema che lo ha trasformato in verità processuale. E allora Platì non è più solo un caso giudiziario. Diventa un paradigma. Il paradigma di una giustizia che parte fortissimo e arriva sfinita, che costruisce teoremi ambiziosi e li vede sgretolarsi davanti al vaglio delle sentenze.
Ma non è solo la giustizia, è anche la politica – o meglio, il modo in cui la giustizia entra nel dibattito politico. Qui il secondo capitolo raccontato da Il Foglio è ancora più interessante, perché riguarda il referendum e il famoso tema del “voto mafioso”. Secondo una narrazione rilanciata anche da Gratteri, in alcuni contesti ad alta presenza criminale il voto avrebbe seguito logiche prevedibili. Peccato che i dati complessivi raccontino un’altra storia. Se si prendono tutti i comuni sciolti per mafia dal 1991 a oggi – 273 in totale – il risultato è opposto: il No ha vinto in circa tre casi su quattro, con il 60,25 per cento dei voti. Altro che schema semplice, altro che equazione mafia uguale voto. Qui siamo di fronte a un problema più serio: la selezione dei dati, il campione scelto ad hoc, la tentazione di piegare la realtà a una tesi.
Il compito è anche facile: smontare la retorica con i numeri, mettere in fila i fatti e lasciare che parlino da soli. Perché la verità è che il mito del magistrato infallibile regge finché non si confronta con i risultati. E quando lo fa, spesso vacilla. Questo non significa negare la storia personale di Gratteri, il suo impegno, il fatto – incontestabile – che viva sotto scorta da decenni per la sua attività contro la criminalità organizzata. Ma proprio per questo, proprio perché parliamo di una figura simbolica, il tema dei suoi errori diventa ancora più rilevante. Perché il problema non è il singolo flop. Il problema è quando il flop viene nascosto sotto il tappeto della narrazione.
E allora la domanda finale è semplice, quasi brutale: può una giustizia che sbaglia così tanto permettersi di non fare autocritica? Può un sistema che produce 125 arresti e otto condanne continuare a raccontarsi come infallibile? Può un dibattito pubblico fondarsi su dati selezionati senza che nessuno chieda conto?
Forse il vero flop non è nemmeno quello giudiziario. È quello culturale. È l’idea che basti l’enfasi, basti il personaggio, basti il racconto, per sostituire i fatti. E invece no. I fatti, prima o poi, presentano il conto. Sempre.
Franco Lodige, 5 aprile 2026
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