
Certe scene non dovremmo più vederle, eppure siamo qui di nuovo a parlare delle violenze pro Pal e degli assalti a uomini e donne in divisa. Ormai è sempre la stessa storia: piazza, bandiere, slogan contro Israele e, inevitabilmente, scontro con la polizia. È successo di nuovo a Roma, in piazza Verdi, dove un presidio filo-Gaza — autorizzato come sit-in statico — ha deciso che le regole valgono solo per gli altri. Il corteo ha tentato di partire lo stesso e a quel punto le forze dell’ordine hanno dovuto intervenire con idranti e cariche di alleggerimento per evitare che la protesta degenerasse.
Nonostante il divieto chiaro e formale della Questura, comunicato “ai sensi del Testo Unico sulle leggi di pubblica sicurezza”, i manifestanti hanno provato a sfondare i blocchi per raggiungere la Festa del Cinema. Obiettivo sensibile e ovviamente vietato. Ma nulla: come sempre, il copione è quello della “disobbedienza civile”, che civile non è affatto. Quando poi arriva l’ordine di sciogliere la manifestazione, scatta la solita narrazione da vittime. Giovanni Barbera, co-segretario romano di Rifondazione Comunista, ha avuto anche il coraggio di accusare: “Le forze dell’ordine impediscono con la forza la partenza del corteo, creando grave tensione e rischi di incidenti in piazza. Invece di garantire il diritto costituzionale a manifestare, il governo Meloni continua a militarizzare le strade e a reprimere ogni forma di dissenso sociale…”.
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Ecco, questa è la solita formula magica: la colpa non è mai di chi forza i blocchi o sfida le leggi, ma dello Stato che osa farle rispettare. È un copione stanco, quello della sinistra che parla di diritti ma dimentica i doveri. Già, perché il diritto di manifestare è sacrosanto — ma non comprende il diritto di aggredire, forzare, minacciare. E quando la piazza si trasforma in trincea ideologica, non è più libertà: è violenza. A ricordarlo, con buon senso e fermezza, ci ha pensato Domenico Pianese del sindacato di polizia Coisp: “Chi viola consapevolmente le regole imposte dall’autorità di pubblica sicurezza non può godere di alcuna tolleranza. A Roma è stato necessario ordinare lo scioglimento del presidio pro-Pal dopo che i manifestanti hanno tentato di forzare il blocco per dirigersi verso l’ambasciata israeliana, in aperto contrasto con le prescrizioni comunicate dagli organi preposti”.
Non stiamo parlando, aggiunge, “di una semplice manifestazione statica, ma del tentativo di trasformarla in un corteo non autorizzato potenzialmente diretto contro una rappresentanza diplomatica straniera. Un atto che lo Stato non può permettere: le ambasciate sono territorio inviolabile e ogni loro violazione è un attacco politico e simbolico gravissimo”. E ha perfettamente ragione. Perché questa non è più protesta: è intimidazione. È un ritorno a quei tempi bui in cui il “dissenso sociale” si trasformava in violenza organizzata, e i primi a pagare erano sempre gli agenti in divisa.
Ma la politica, e in particolare la sinistra, che fa? Sta zitta o, peggio, strizza l’occhio. Ammicca, senza vergogna. Come se ci fossero violenze buone e violenze cattive, a seconda della bandiera che sventola in piazza. È ora di dire basta. Difendere la polizia, oggi, significa difendere lo Stato di diritto. Gli agenti che vengono insultati, spinti e attaccati non sono “militarizzazione delle strade”: sono l’ultimo argine alla prepotenza. Il diritto a manifestare sì, sempre. Il diritto a devastare, mai.
Franco Lodige, 25 ottobre 2025
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