Esteri

Questo scempio non è accettabile

Un soldato israeliano deturpa una statua di Gesù nel sud del Libano. Netanyahu: "Scioccato". Ma da noi serve maggiore indignazione

Soldato israeliano distrugge statua Gesù
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Ci sono immagini che obbligano a prendere posizione. Non perché semplifichino la realtà, ma perché la mettono a nudo. La profanazione di una statua di Cristo in un villaggio cristiano del sud del Libano da parte di un soldato israeliano è una di queste. Non è solo un episodio di vandalismo in un contesto di guerra: è un gesto simbolico, un atto che colpisce una fede, un’intera comunità, un’identità.

Si può — e si deve — riconoscere che le autorità militari israeliane abbiano condannato l’accaduto e promesso provvedimenti. Ma fermarsi a questo significa non cogliere il punto essenziale. Perché ciò che è in gioco non è soltanto la responsabilità individuale di un soldato, bensì il principio più ampio del rispetto per ciò che, anche in guerra, dovrebbe restare inviolabile.

Qui emerge una contraddizione che non può più essere ignorata. Quando i cristiani vengono perseguitati o i loro simboli vengono distrutti in contesti segnati dall’estremismo islamista, la reazione è immediata, forte, spesso unanime. Ed è giusto che sia così. Ma quella stessa indignazione, quella stessa chiarezza morale, perché scompaiono o si attenuano quando a colpire è un soldato israeliano?

Non si tratta di fare paragoni impropri o di ignorare la complessità geopolitica del Medio Oriente. Si tratta di coerenza. Un simbolo religioso non cambia valore a seconda di chi lo profana. Una statua di Cristo distrutta resta uno sfregio grave, sempre. E ogni volta che la condanna diventa più cauta, più sfumata, più esitante, si introduce un doppio standard che finisce per svuotare di senso ogni appello ai diritti e alla libertà religiosa.

È proprio in momenti come questi che i cristiani — e più in generale chiunque creda nel rispetto delle fedi — dovrebbero sentire il dovere di alzare la voce. Non contro qualcuno in quanto tale, ma contro un gesto che non può essere normalizzato, relativizzato o archiviato come un incidente minore. Difendere la propria fede solo quando è attaccata da chi percepiamo come “altro” è una forma di incoerenza che indebolisce ogni rivendicazione morale.

Questo episodio, inoltre, non avviene nel vuoto. Si inserisce in un contesto già segnato da tensioni crescenti in Libano, da operazioni militari che colpiscono territori abitati anche da comunità cristiane, e da un clima internazionale sempre più polarizzato. In questo scenario, anche un gesto apparentemente isolato può diventare un segnale pericoloso, capace di alimentare fratture religiose oltre a quelle politiche.

Colpisce, poi, il contrasto con le parole di chi, come il Papa, continua a invocare pace e rispetto reciproco, ricevendo in cambio attacchi e critiche. Come se chiedere la fine della violenza fosse una posizione discutibile, mentre distruggere simboli religiosi potesse essere derubricato a eccesso individuale. No, non è accettabile. Non lo è per chi crede, ma non dovrebbe esserlo nemmeno per chi semplicemente crede nei principi di civiltà. La libertà religiosa e il rispetto del sacro non sono valori negoziabili né selettivi. O valgono sempre, oppure smettono di valere davvero.

Ed è proprio questa la domanda che oggi non possiamo evitare: siamo ancora capaci di indignarci con la stessa forza, indipendentemente da chi sia il responsabile? Se la risposta è no, allora il problema non è solo ciò che è accaduto in quel villaggio del Libano. Il problema siamo anche noi.

Salvatore Di Bartolo, 20 aprile 2026

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