«Allora se questa è la realtà, in qualche modo, da qualche parte, questo sfogo ci deve essere, ci sarà». Scusate, ma ci deve essere? Massimo Giannini, commentando le violenze nelle scuole di Torino, pronuncia una frase che merita di essere discussa. Perché tra il comprendere la rabbia sociale e considerare inevitabile il suo sfogo c’è una differenza enorme.
Il ragionamento del giornalista parte dall’emarginazione giovanile. Gli autori delle violenze, sostiene, «testimoniano una condizione giovanile drammatica che noi facciamo finta di non vedere». Cita le seconde generazioni, i ragazzi che non studiano e non lavorano, gli adolescenti che si isolano nelle proprie camere e la scarsità di risorse destinate alla scuola. Problemi reali, forse. Ma che cosa c’entrano con le spranghe, le finestre sfondate, le palestre devastate e le pietre lanciate contro i carabinieri? Il disagio sociale può contribuire a spiegare una condotta violenta. Non la rende necessaria.
Giannini, va detto, conclude precisando che la violenza «va compresa ma non giustificata». Ma è solo un modo per lavarsi le mani. Resta infatti quella formulazione precedente: «Questo sfogo ci deve essere». Perché deve? Chi lo ha stabilito? E soprattutto: quale sarebbe il confine tra uno sfogo comprensibile e un’aggressione inaccettabile? Si può essere emarginati senza devastare una scuola. Si può essere disoccupati senza prendere a sassate un carabiniere. Si può vivere in una periferia difficile senza trasformare una palestra in un campo di battaglia. Anzi, la stragrande maggioranza dei ragazzi che affrontano difficoltà economiche e sociali non si comporta così.
C’è poi un aspetto che rischia di sparire in questo genere di analisi: le vittime delle devastazioni. Gli studenti che non possono frequentare le lezioni, i bambini spaventati, gli insegnanti e le famiglie che subiscono le conseguenze di assalti compiuti da altri. Anche loro vivono nella stessa società. Anche loro possono conoscere il disagio. Ma non per questo distruggono ciò che appartiene a tutti.
Studiare le cause della violenza è indispensabile. Investire nell’istruzione e contrastare l’emarginazione altrettanto (anche se Giannini dimentica di spiegare che il debito pubblico è così alto anche perché le spese sulla scuola sono enormi, con migliaia di professori non sempre adeguatamente preparati o che addirittura scendono in piazza coi violenti di questo fine settimana). Ma qui il problema nasce quando, nel tentativo di spiegare tutto, si finisce per descrivere lo sfogo violento come uno sbocco quasi naturale della marginalità.
Non è così. La rabbia non obbliga nessuno a diventare violento. E nessuna condizione sociale impone di saccheggiare, aggredire o devastare. La responsabilità di chi compie quelle azioni resta intatta, anche quando esistono problemi collettivi che meritano risposte.
Per questo la frase di Giannini ci lascia attoniti. Non perché sia sbagliato interrogarsi sulle periferie, sulle seconde generazioni o sul futuro dei giovani. Ma perché bisogna stare attenti a non trasformare una spiegazione in una sorta di destino inevitabile. Lo sfogo violento non «ci deve essere» affatto. Può accadere, purtroppo. E quando accade va contrastato, senza pietà. Anche coi manganelli e la repressione, che da quelle parti tanto odiano.
Giuseppe De Lorenzo, 19 ottobre 2026
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