Sette vite

Rachele Mussolini: “Il cognome del Duce? È stato un fardello, ma…”

La nipote di Benito nel podcast Sette Vite: "Non posso sfuggire al mio destino"

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C’è un momento, durante l’intervista al mio podcast “Sette Vite”, in cui il peso di un cognome si scioglie in una battuta: “Una volta una ragazza venne da me e mi disse: ‘Ma tu sei Rachele Mussolini?’ Io risposi di sì. E lei: ‘Tu lo sai che mio nonno era il peggior nemico di tuo nonno?’. Le ho detto: ‘Ne abbiamo tanti di nemici, no? Voglio dire… pace’”. Risate. Ma dentro quella leggerezza c’è una vita intera vissuta sul crinale tra storia e identità. Rachele Mussolini – capogruppo in consiglio comunale a  Roma con Forza Italia – è consapevole che il suo nome non è mai stato neutro. “Non posso sfuggire al mio destino perché oltre ad avere il cognome ho anche il nome”, racconta. Un doppio marchio, verrebbe da dire. Eppure, nella conversazione, emerge una donna che rivendica il diritto di essere prima di tutto sé stessa.

Dietro l’immagine pubblica c’è una storia personale fatta anche di cadute. “Mi sono ritrovata a 40 anni senza lavoro, con un mutuo sulle spalle e due figlie”, ricorda parlando del licenziamento collettivo ai tempi del passaggio da Alleanza Nazionale al Pdl. Aveva rifiutato in passato uno stage alle Poste – “un paracadute sicuro” – per continuare a fare politica. Se ne è pentita? “Qualche volta sì”. Per un anno ha lavorato come hostess. “C’è dignità in qualsiasi tipo di lavoro”, dice con convinzione. E quando qualcuno, leggendo la targhetta, le chiedeva incredulo perché lo facesse, la risposta era semplice: perché lavorare non è mai umiliante.

La domanda inevitabile, nel corso dell’intervista, arriva: come si vive essendo nipote di Benito Mussolini? Come si separa la memoria privata dalla responsabilità pubblica? Rachele distingue. “Mio padre mi ha sempre raccontato la parte privata, mai quella pubblica”. Racconta di aver scelto, per la tesina di fine anno, la rivoluzione bolscevica: non per rimuovere, ma per sottrarsi a una sovraesposizione inevitabile. Rivendica però l’orgoglio per il suo cognome, legato soprattutto alla figura del padre, Romano Mussolini, musicista jazz di fama internazionale: “È riuscito, nonostante il cognome, a diventare un grande jazzista apprezzato da tutti”. Sulle responsabilità storiche non elude: “Le leggi razziali sono una cosa che ho sempre condannato”. E rispetto alla frase che le ha attirato critiche – “mio nonno non era cattivo” – chiarisce: “Mi riferivo al piano familiare. Non si può sapere com’era nel privato chi hai conosciuto solo come figura storica”.

La politica, spiega, non è stata una sfida ma una conseguenza naturale. Dopo una breve parentesi televisiva giovanile – arrivò anche a essere eletta “Miss dell’anno” negli anni ’90 – scelse di laurearsi e lavorare dietro le quinte, coerente con un carattere che definisce “timido”. Nel 2016 entra in Consiglio comunale. “È stato un riscatto”, dice pensando agli anni difficili precedenti. Nel 2021 diventa la consigliera più votata di Roma. Un risultato che definisce sorprendente: “Ho volato”. Il rapporto con Fratelli d’Italia, però, si incrina nel tempo. Non per scontri plateali, ma per differenze di sensibilità. “Mi ritengo una persona di centrodestra moderata, laica”. Parla di diritti civili, eutanasia, sicurezza, rifiutando schemi ideologici rigidi. Una posizione che le è costata consenso tra i più “identitari”, ma che rivendica: “Io sono così da sempre, anche in tempi non sospetti”.

“Mi fa male quando mi scrivono che non dovrei neanche esistere per il cognome che porto”. È forse la ferita più evidente. Il pregiudizio, dice, arriva proprio da chi dovrebbe combatterlo. Eppure insiste: “Mi penserei proprio come Rachele. Senza il cognome”. Non perché voglia rinnegarlo, ma perché desidera che venga prima la persona: il lavoro da consigliere, le battaglie sulla smart city, i provvedimenti portati avanti anche con colleghi del Partito democratico. La dimensione privata resta centrale. Le figlie, adolescenti, hanno studiato anche loro la storia di quel cognome. Fanno domande. Talvolta assumono posizioni perfino più nette delle sue. Ride raccontando una “serata arcobaleno” organizzata in casa con amici omosessuali: segno di una normalità che non ha bisogno di etichette. Il suo sogno, alla fine, è semplice: “Continuare ad essere in salute per vedere crescere le mie figlie”. Prima ancora che politica, madre. E su come vorrebbe essere ricordata non ha dubbi: “Per quello che ho fatto. E per la persona che sono”. Forse è qui la cifra più autentica dell’intervista: il tentativo, ostinato e paziente, di trasformare un cognome che pesa in una storia personale che parla da sé.

La puntata integrale è disponibile su youtube

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