Di Raffaello si conoscono molti capolavori, tutti dispersi per il mondo senza una precisa logica geografica. Lo dobbiamo soprattutto alle requisizioni napoleoniche che avvennero a partire dal 1797 in Italia, e successivamente alle furtive depredazioni naziste di Joseph Goebbels nel 1937. Molti capolavori ma pochissimi lavori conosciamo dell’autografia di Raffaello Sanzio.
Uno in particolare ci è indebitamente sconosciuto non per l’importanza che può rivestire nell’antologia raffaellesca, ma per l’assenza di certezze documentali già rese controverse dalla critica. È un Cristo dal cui volto si promana il fiore della purezza umana. È il Cristo della Resurrezione nella predella al Polittico di San Pietro del Perugino.
Una predella che sottostava alla grande pala d’altare raffigurante l’Ascensione di Cristo nel Convento di San Pietro a Perugia, ordinata dai monaci benedettini nel 1495 per l’altare maggiore. Sulla predella la Resurrezione seguiva l’Adorazione dei Magi e anticipava il Battesimo. Una disposizione abbastanza insolita per una tavola altamente canonica e rigorosa come l’Ascensione in un monastero benedettino.
La scena della Resurrezione però era già stata notata da Donald Cooper come “aliena” alla mano del Perugino. In quell’anno Raffaello è attestato in Umbria dai registri contabili e dalle carte contrattuali contenute negli archivi di alcune chiese perugine o umbre. Specificamente nel 1499 Raffaello era impegnato a Città di Castello per la Pala Baronci e prima ancora per lo Stendardo della Santissima Trinità.
L’inizio del pagamento effettivo della prima rata al pittore Pietro Vannucci detto il Perugino è registrato proprio nel 1500 per la decorazione pittorica del Polittico. Nel 1500 fu però anche terminata la decorazione del Nobile Collegio del Cambio di Perugia da parte del Perugino, come attesta scritto di suo pugno su una colonna.
Anche in quel caso pare che Raffaello avesse collaborato con il suo magister per affrettare la fine del cantiere. È quindi logico nonché lecito pensare che Raffaello avesse seguito il Perugino anche per la realizzazione del Polittico di San Pietro in quello stesso anno, quando l’enorme tavola doveva essere già montata e decorata per almeno una metà superiore.
Il Cristo che noi osserviamo nella predella è sopraelevato sul sarcofago in posizione stante e frontale. Regge con la mano sinistra la bandiera vessillo della Resurrezione, con la croce rossa sul fondo bianco. Con la mano destra è benedicente, guardando verso uno spazio nascosto allo spettatore, tale da allargare l’illusione del campo prospettico. Siedono attorno i soldati dormienti, dalle membra spossate, alcune in ginocchio, altre per terra. Si distende dietro la scena un paesaggio tipicamente umbro, da cui è visibile il Lago Trasimeno e le tenute agrarie del monastero benedettino, anch’esso riconosciuto in quel complesso di edifici sulla riva del lago.
Il clima è sonnolento e la luce è tersa. I piedi di Cristo risorto sembrano sporgere poco più avanti della cornice del sarcofago. Cristo si è mosso, non è stabile e icastico alla maniera bizantina comnena.
Il piede destro inoltre è quasi sollevato per indicare una energia interiore al Cristo che è evidentemente assente nelle rappresentazioni dei pittori a lui precedenti. Lo stesso suo maestro Perugino non sarebbe capace, per formazione culturale, di anticipare in maniera così eversiva lo scorcio prospettico reso principalmente dal coperchio del sarcofago poggiato di sguincio alla vista, al prospetto ottico. Questa esigenza descrittiva la rivediamo nella Resurrezione di Raffaello conservata al Museo di San Paolo in Brasile.
Nella Resurrezione di San Paolo l’iconografia del Cristo risorto mostra uno strettissimo legame parentelare con l’omonima scena della predella perugina. Un legame che conferma a noi ancora di più la sicurezza dell’ipotesi di un Raffaello giovanissimo autore di questa Resurrezione, se aggiungiamo alla lista analogica anche la datazione dell’opera brasiliana risalente al 1500-1501.
La metamorfosi iconologica lanciata da Raffaello per un tema così sacro alla dottrina romana cristiana è un invito, da parte del “divin pittore”, a goderci la serenità che il concetto pasquale dovrebbe infondere veramente nell’uomo.
Mauro Di Ruvo, 9 aprile 2026
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