Cronaca

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Ramy, che vergogna: il carabiniere accusato come il fuggitivo

Rischiano di essere rinviati a giudizio entrambi per la morte del 19enne a bordo dello scooter dopo un inseguimento a Corvetto

ramy inseguimento © khanisorn tramite Canva.com
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È arrivato questa mattina l’avviso di conclusione delle indagini preliminari sul caso Ramy Elgaml, il 19enne deceduto il 24 novembre 2024 a Milano, dopo un lunghissimo inseguimento da parte di tre pattuglie dei Carabinieri.

Nell’atto, la Procura contesta l’omicidio stradale a due persone: Fares Bouzidi, amico di Ramy e conducente dello scooter su cui viaggiavano i due ragazzi, e il vicebrigadiere dell’Arma alla guida di una delle volanti all’inseguimento. Secondo i pm il carabiniere avrebbe tenuto una condotta di guida “imprudente” e mantenuto una distanza eccessivamente ravvicinata durante l’inseguimento, contribuendo allo scontro che ha portato alla morte del giovane.

Le perizie tecniche, depositate nei mesi scorsi, hanno prodotto ricostruzioni divergenti. La Procura sostiene che lo scooter, in fuga per oltre otto chilometri, abbia perso aderenza durante una svolta a destra, finendo per impattare contro la gazzella dei carabinieri e successivamente contro un palo. I consulenti dell’accusa parlano invece di una dinamica compatibile con un inseguimento eccessivamente ravvicinato. Di contro, la difesa del carabiniere evidenzia l’imprevedibilità della traiettoria dello scooter, la velocità contenuta del mezzo di servizio (55 km/h) e l’assenza di qualsiasi urto deliberato.

A lasciare perplessi è però l’ingiusto schema di equiparazione indicato dalla chiusura delle indagini: il fuggitivo che ha ignorato l’alt e messo in pericolo la vita altrui è visto come soggetto responsabile alla stregua di un pubblico ufficiale che ha agito per far rispettare la legge. La vicenda assume un enorme peso simbolico oltre il dato processuale: l’iscrizione di un carabiniere nel registro degli indagati per un omicidio stradale durante un inseguimento operativo trasmette un segnale profondamente ambiguo. In Italia, si sa, chi serve lo Stato rischia di essere trattato come imputato ancor prima che come tutore della legge. L’azione istituzionale delle forze dell’ordine è sempre soggetta a un sindacato giudiziario sproporzionato, squilibrato e colpevolizzante.

La valutazione del mancato mantenimento delle distanze emersa dalle perizie dell’accusa in un contesto ad alta tensione è chiaramente un criterio posticcio, lontano da ogni realtà operativa e dall’azione sul campo, nonché retroattivamente applicato con una logica da moviola. Per l’ennesima volta, la sensazione diffusa tra le forze dell’ordine è quella di un isolamento crescente. Mentre cresce la pressione sociale su chi indossa una divisa, mancano da parte del sistema giuridico segnali chiari di fiducia e tutela nei confronti di chi ogni giorno affronta rischi reali in strada. Il rinvio a giudizio di un carabiniere per aver svolto un’azione di contenimento su un soggetto fuggitivo rischia di rappresentare un precedente pericoloso, dove chi fa il proprio dovere viene sistematicamente dissuaso dall’intervenire per timore di finire sotto processo.

È il riflesso di un sistema che sembra aver smarrito l’equilibrio tra giustizia e operatività, dove l’uniforme diventa troppo spesso bersaglio invece che garanzia.
Così questa triste vicenda rischia di diventare l’ennesimo svilente sacrificio del diritto all’azione delle nostre forze dell’ordine, a favore di chi delinque.

Alessandro Bonelli, 3 luglio 2025

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