Ha parlato di nuovo, Valter Lavitola. E l’ha fatto dopo la bomba, la perquisizione, l’arresto, la conferma del carcere, l’addio di Ranucci a Report e dopo tutte le polemiche che sono continuate in questi mesi. La speranza del faccendiere è quella di poter lasciare la cella e attendere il processo ai domiciliari. Oggi infatti era il giorno dell’udienza del titolare del ristorante Cefalù di fronte ai giudici del Riesame. “Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie – ha detto Lavitola alle toghe – C’era la necessità di proteggerlo, tanto che ho chiamato Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata”.
Gli avvocati del faccendiere, Sergio e Arturo Cola, hanno riferito ai cronisti a grandi linee quali sono state le dichiarazioni del loro assistito. “Con Ranucci – ha aggiunto l’ex editore – c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”. E ancora: “L’attentato con la bomba è un’idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno”.
La difesa di Lavitola punta nella sostanza a smontare l’ipotesi accusatoria della procura, secondo il movente non sarebbe da cercare nel desiderio di far aumentare la scorta a Ranucci, bensì nella volontà di aumentarne la popolarità per puntare ad una discesa in politica. Da cui il faccendiere avrebbe ricavato vantaggi personali, come diventare il “braccio destro” del possibile nuovo candidato del campo largo. I pm puntano su questa pista convinti dall’insistenza di Lavitola verso l’ex conduttore di Report, senza considerare l’ormai famoso sondaggio fatto realizzare per sondare l’apertura dell’elettorato progressista verso Ranucci. “L’elemento importante – dicono invece i legali dell’indagato – è che il movente politico che la procura ipotizza è insussistente; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l’argomento”.
Ieri i legali di Lavitola hanno depositato 72 pagine di memoria difensiva e chiesto i domiciliari in una casa in Basilicata. “Dopo l’interrogatorio dell’8 luglio Lavitola, tramite il nostro studio, ha comunicato al colonnello Ferrara tutti i suoi spostamenti, mettendosi completamente a disposizione degli inquirenti. È falso, come già sostenuto dallo stesso Lavitola nelle dichiarazioni spontanee, che avesse acquistato un biglietto per fuggire: quel viaggio era legato a una conferenza di servizio poi mai svolta in presenza”, hanno detto Arturo e Sergio Cola. “Non la chiediamo soltanto perché riteniamo scaduti i termini, ma soprattutto perché sono venute meno le esigenze cautelari: non c’è più rischio di fuga né di inquinamento probatorio. L’indagine è ormai cristallizzata nelle confessioni, nelle chiamate di correo e negli altri elementi raccoltiOra sta ai giudici decidere.
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