Giustizia

Reato di femminicidio: il nulla che avanza

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Il governo ha appena varato un disegno di legge che istituisce il reato autonomo di femminicidio, punibile con l’ergastolo. Un intervento descritto con aggettivi altisonanti come “dirompente” ed “epocale”, anche se di epocale c’è ben poco. Infatti, null’altro si è fatto che dare un nuovo nome a un reato che già esiste e che già viene punito con il massimo della pena. Infatti, l’iniziativa sembra rispondere più a esigenze di marketing politico che a reali necessità giuridiche. L’omicidio volontario, se accompagnato da aggravanti come la relazione familiare, sentimentale o la premeditazione, è già punibile con l’ergastolo. Il nostro ordinamento non ha mai fatto sconti a chi uccide una donna. Al contrario, nella prassi giudiziaria, tali delitti ricevono condanne giustamente molto severe.

Nulla di nuovo sotto il sole

Introdurre il reato di femminicidio è come affiggere alla giustizia penale l’adesivo “Bebè a bordo”: un avviso che tranquillizza più chi lo espone che chi guida dietro, il quale certamente non sarà meno distratto solo perché legge che a bordo c’è un bambino. Allo stesso modo, difficilmente un assassino desisterà dal suo intento criminale solo perché il Codice Penale avrà un reato dal nome più suggestivo, ma identico in tutto il resto. I dati ufficiali forniti dalla Polizia di Stato parlano chiaro: nel 2015 in Italia si sono registrati 475 omicidi volontari, progressivamente scesi a 319 nel 2024 rispetto ai 340 del 2023, segnando un calo del 6% rispetto all’anno precedente e complessivamente del 33% rispetto al 2015. Le vittime femminili sono passate da 145 nel 2015 a 113 nel 2024, con una diminuzione del 5,8% rispetto alle 120 vittime del 2023 e del 22% rispetto al 2015. Dati che, smentendo la narrazione mediatica dominante, descrivono chiaramente un fenomeno sì tragico, ma in continuo calo.

L’Europa e i dati oggettivi

Guardando al contesto europeo, il quadro diventa ancora più eloquente. Con un tasso di 0,55 omicidi ogni 100mila abitanti, l’Italia è tra i Paesi più sicuri dell’Unione Europea, seconda solo alla Svizzera (0,48). Al contrario, la Francia presenta un tasso più che doppio (1,21), e in Lettonia si arriva addirittura al tasso di 4,05. Eppure, nessuno si sogna di definire questi paesi come società misogine o irrimediabilmente violente. Peraltro, i numeri indicano anche un altro dato rilevante: gli stranieri in Italia, pur rappresentando appena il 9% della popolazione, commettono il 27% degli omicidi volontari, il che allontana ancor più dal maschio italiano (italico?) l’abusata accusa di patriarcato.

Chi ha davvero vinto?

La sinistra è riuscita a mettere il governo sulla difensiva, accusandolo di insensibilità e costringendolo a una reazione simbolica quanto inutile. Il risultato? Una norma che non cambia nulla concretamente, anzi alimenta l’immagine di un’Italia in emergenza, in balìa di un fantomatico “patriarcato strutturale”. Nel 2024, gli uomini uccisi sono stati 206, quasi il doppio delle donne. Questo dato (giustamente) non si presta alla stessa spettacolarizzazione mediatica, ma rivela l’inconsistenza di un falso allarme. Quando, allora, l’introduzione del “maschicidio”? In conclusione, il governo, preferendo assecondare l’allarmismo mediatico anziché contestarlo con dati certi, ha fatto una scelta politicamente comprensibile, ma giuridicamente inutile e fragile. Infatti, alla prima occasione, si paleserà un avvocato che, a tutela del proprio assistito, invocherà la Corte costituzionale denunciando la “discriminazione al contrario” tra uomo e donna che la nuova norma paradossalmente esprime.

Giorgio Carta, 8 marzo 2025

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