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Referendum flop, ora la Schlein rischia di saltare

La grande sconfitta del voto è la segretaria Pd. Le critiche si moltiplicano, l'area riformista è pronta allo scontro

schlein dimissioni pd Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Altro che trionfo, altro che spallata alla Meloni, altro che caduta di governo. Il quorum non è stato nemmeno sfiorato, la partecipazione popolare è crollata, ma Pd, M5s e Avs provano comunque a raccontare che tutto va bene, che la strada dell’alleanza è ancora quella giusta. Un’operazione di maquillage politico che non convince nemmeno dentro i loro stessi partiti. Basti pensare a Elly Schlein, destinata alla resa dei conti all’interno del Partito Democratico, con l’area riformista pronta allo scontro.

Certo, i 300 mila in piazza sabato a Roma (dato tutto da verificare) rappresentano una boccata d’ossigeno per i leader di sinistra, che dopo aver trascinato i loro partiti in una battaglia referendaria persa su tutta la linea, ora provano a rilanciarsi. Ma il colpo è duro. E le crepe si vedono, soprattutto al Nazareno. Nel partito il malumore è palpabile. I riformisti, fin dalle prime ore dopo la chiusura delle urne, hanno alzato la voce. “Era una scelta sbagliata, ed è stata una sconfitta annunciata”, è il messaggio neanche troppo velato che arriva da chi nel Pd non ha mai digerito la linea movimentista impressa dalla segretaria. Stefano Bonaccini, presidente dem e leader della corrente interna più moderata, affonda con toni insolitamente netti: “Quando oltre due terzi degli italiani non partecipano, serve una riflessione profonda”. Tradotto: Schlein ha sbagliato, ed è ora che se ne assuma la responsabilità. Ancora più esplicita l’europarlamentare Pina Picierno, che parla senza giri di parole di “un regalo enorme a Giorgia Meloni”.

Ed ancora Filippo Sensi: “Referendum sbagliati, rivolti al passato, hanno portato a una sconfitta tanto più bruciante perché tocca la questione del lavoro, identitaria per il centrosinistra. Se non si allarga, se non si parla al Paese, nella sua complessità e ricchezza e varietà, ma ci si rifugia in risposte testimoniali, minoritarie, non si va lontano”. Sulla stessa lunghezza d’onda Lia Quartapelle: “Per vincere, quello che è stato fatto finora non basta. Evidentemente non basta promuovere battaglie identitarie e di minoranza, che parlano solo a una parte dei cittadini. E non basta regolare i conti con il passato, quando c’è un presente e un futuro che chiedono capacità di analisi e risposte nuove”.

Ma la segretaria del Pd, testarda e forte del sostegno della sua cerchia, tira dritto: “Peccato per il mancato raggiungimento del quorum, sapevamo che sarebbe stato difficile arrivarci, ma i referendum toccavano questioni che riguardano la vita di milioni di persone ed era giusto spendersi nella campagna al fianco dei promotori, senza tatticismi e senza ambiguità. Sui temi del lavoro e della cittadinanza, che sono costitutivi per una forza progressista, continueremo a impegnarci in Parlamento con le nostre proposte”. Incredibile. Una risposta che suona come un rifiuto a ogni autocritica, e che promette ulteriori tensioni interne. Il clima, insomma, è tutto meno che sereno.

Nel frattempo, i leader progressisti cercano di salvare il salvabile. Il messaggio, coordinato ma poco credibile, è che “guardiamo al bicchiere mezzo pieno”. Il loro ragionamento è aritmetico più che politico: i 14 milioni di votanti sono comunque più dei consensi raccolti dal centrodestra nel 2022, quindi – dicono – Meloni dovrebbe preoccuparsi. Ma l’equazione secondo cui chi ha votato ai referendum sia necessariamente elettorato “contro” il governo è tutta da dimostrare. Anzi, rischia di essere un clamoroso autoinganno. Basti pensare che nel conteggio ci sono anche i “no”, quindi coloro che non sono allineati all’agenda Schlein, fatta – per il momento – di integralismo green, migranti, Lgbt e antifascismo.

Nel mucchio, qualcuno prova anche a rilanciarsi. È il caso del segretario Cgil Maurizio Landini, sponsor principale dei quesiti referendari sul lavoro. Ufficialmente smentisce ogni ambizione politica, ma nei palazzi del centrosinistra molti lo avevano già investito del ruolo di federatore. Ora, però, il fallimento pesa come un macigno: difficile immaginare una leadership da costruire partendo da un clamoroso buco nell’acqua. E una cosa è ovviamente certa: la poltrona da segretario non la molla, nonostante la Caporetto. Qualcuno può dirsi sorpreso?

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Non mancano poi le note stonate dal centro. Italia Viva ha appoggiato i referendum con tiepidezza, ma il solito Matteo Renzi non rinuncia alla sua solita apertura tattica: “Costruiamo un’alternativa su temi concreti, basta ideologia”. Carlo Calenda, invece, gioca di sponda con i delusi del Pd: “È tempo che i riformisti escano dal campo largo e costruiscano un’area liberale autonoma”. Insomma, se il centrosinistra voleva mostrare forza e compattezza, l’operazione è miseramente fallita. I leader si ostinano a parlare di futuro, ma dietro le quinte è già iniziato il regolamento di conti. Altro che campo largo: qui si gioca al tutti contro tutti.

Franco Lodige, 10 giugno 2025

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