Renzi s’è messo in testa di fare il Macron

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La notizia dell’uscita di Matteo Renzi dal Partito Democratico da tempo ipotizzata e oggi annunciata con un’intervista a la Repubblica, modifica non solo lo scenario politico della sinistra ma rischia di portare nei prossimi mesi a importanti novità anche all’interno del centrodestra. Il posizionamento del nuovo partito renziano, il cui nome verrà annunciato a ottobre in occasione del tradizionale appuntamento alla Leopolda a Firenze, è chiaro: sarà un partito che guarderà al centro più che alla sinistra tradizionale, fortemente europeista, liberal nei valori e sui diritti, liberista in economia.

Il modello a cui si ispira Renzi è “En Marche” di Macron con la volontà di creare un’alternativa più moderata al nuovo polo di sinistra che si sta creando tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Renzi è consapevole che lo spazio da occupare nell’attuale panorama politico è al centro e per questo, oltre a drenare fisiologicamente voti al Pd, cercherà di catalizzare il consenso dei moderati che oggi è diviso tra varie forze politiche. Un’operazione che rischia di portare via voti al centrodestra, in particolare tra i liberali e i moderati che oggi hanno sempre più difficoltà a identificarsi in uno dei partiti di centrodestra. Non bisogna però farsi ingannare dalle apparenze né ammaliare dalle lusinghe renziane. L’ex premier è e rimane un politico progressista con posizioni liberal inconciliabili con chi crede in un certo tipo di valori, basti pensare che come primo passo politico Renzi ha chiamato Conte per confermare il suo supporto al governo giallo-rosso, il più a sinistra della storia repubblicana

L’unico modo per contrastare un’erosione di elettorato moderato dal centrodestra è sottolinearne l’unità impedendo avvenga una disgregazione tra liberali, conservatori e sovranisti che avrebbe l’unico risultato di favorire la sinistra. Sebbene un polo esclusivamente sovranista rappresenti per una parte della destra un’ipotesi affascinante, il pragmatismo della politica impone di fare i conti con la realtà che ricorda come non sia possibile immaginare un percorso politico senza i moderati.

In tal senso è attualissima la lezione di Pinuccio Tatarella di apertura e inclusione senza però abdicare ai propri valori e alle proprie idee, così come il concetto di “fusionismo” teorizzato nella politica americana da Frank Meyer di collaborazione tra le varie anime della destra. Escludere i liberali dal centrodestra significherebbe consegnarli nelle braccia di Renzi rafforzando il suo nuovo partito, un grave errore che potrebbe nel lungo periodo relegare anche conservatori e sovranisti all’opposizione perpetua. Perciò è necessario un duplice sforzo per non fare il gioco renziano: dal lato dei moderati non cedere alle sue lusinghe, da quello dei sovranisti non tagliare fuori dall’alleanza gli elettori più liberali ma, al contrario, cercare di allargare il bacino elettorale all’interno di un perimetro valoriale ben definito e inderogabile.

Francesco Giubilei, 17 settembre 2019

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