Cronaca

Report lo mette alla gogna, il giudice lo assolve: il caso Rigoli inchioda il metodo Ranucci

Il medico veneto racconta il processo mediatico subito in tv: accuse presentate come certezze, carte giudiziarie mostrate in onda e una pista economica ignorata. Poi l’assoluzione perché il fatto non sussiste

rigoli
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Prima arriva il microfono sotto il naso. Poi il montaggio, le carte dell’inchiesta, l’atmosfera da intrigo e il sospetto servito al telespettatore come una sentenza. Soltanto alla fine, spesso quando il marchio mediatico è ormai impresso, arriva un giudice. E può capitare che pronunci quattro parole piuttosto ingombranti: “Assolto, perché il fatto non sussiste”. È accaduto a Roberto Rigoli, uno dei medici simbolo della battaglia contro il Covid in Veneto.

La sua storia, raccontata in una lunga intervista al Corriere del Veneto, è soprattutto una lezione sul cosiddetto metodo Report. Un metodo che non si limita a porre domande, ma costruisce una trama, distribuisce i ruoli e individua il colpevole prima ancora che il tribunale abbia cominciato a valutare le prove. Durante la pandemia Rigoli coordinava le microbiologie venete e sostenne l’utilizzo dei tamponi antigenici rapidi accanto ai molecolari. I laboratori erano saturi, i reagenti scarseggiavano e i tempi di refertazione si allungavano. I rapidi, riconosce il medico, non garantivano la stessa sensibilità dei molecolari, ma permettevano di effettuare screening di massa ed erano dotati della certificazione europea richiesta.

Una scelta sanitaria diventò però rapidamente una guerra politica. Andrea Crisanti – oggi volto noto del Pd – presentò un esposto alla Procura di Padova contestando l’acquisto e l’impiego dei test. Rigoli finì sotto indagine, con pedinamenti, intercettazioni, controlli sui conti correnti personali e familiari. L’ipotesi di corruzione cadde già nella prima fase, mentre rimasero le contestazioni legate alla presunta falsità delle valutazioni scientifiche e alla gestione degli acquisti. È a quel punto che entrò in scena Report.

Il programma di Sigfrido Ranucci dedicò alla vicenda un servizio trasmesso il 2 gennaio 2023, pochi giorni prima dell’udienza preliminare. Ancora oggi la presentazione pubblicata su Raiplay parla di “attestazioni scientifiche false” che avrebbero giustificato appalti milionari. Non si limitava dunque a riferire le accuse della procura: utilizzava una formula capace di imprimere nello spettatore l’idea che il falso fosse già stato scoperto e accertato.

Rigoli racconta che l’inviato della trasmissione lo aspettò nel parcheggio dell’ospedale e gli puntò improvvisamente il microfono contro. Il medico rispose alle domande, poi salì in macchina e chiamò il cardiologo. Secondo la sua testimonianza, quello fu l’inizio di gravi problemi cardiaci, con aritmie, otto cardioversioni in tre anni e infine un intervento. La puntata venne guardata separatamente da Rigoli, dalla moglie e dalla figlia. Il giorno successivo, ricorda, tutti parlavano del caso. E oggi il medico sintetizza la sua esperienza con una frase che dovrebbe essere appesa negli studi di viale Mazzini: “Report è una trasmissione bellissima, finché non parla di qualcosa che conosci”.

Perché il problema non è il giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo deve controllare il potere, scavare negli appalti e verificare l’operato dei dirigenti pubblici. Il problema nasce quando il racconto televisivo smette di distinguere tra ipotesi accusatoria e verità accertata. Report poteva contestare la strategia sanitaria del Veneto. Poteva evidenziare le perplessità sui tamponi rapidi. Poteva dare spazio alle accuse di Crisanti. Ma avrebbe dovuto ricordare al pubblico che Rigoli era un imputato ancora da giudicare, non il protagonista già condannato di una fiction giudiziaria.

E ancora: “Mandarono in onda la puntata, che guarda caso aveva tra gli autori proprio il giornalista autore degli articoli sull’Espresso, qualche giorno prima dell’udienza preliminare in cui si doveva decidere sul mio rinvio a giudizio. Rinvio che, nel montare dell’indignazione generale, puntualmente arrivò. Ma c’è un dettaglio che ancora mi sconvolge”. Rigoli ha evidenziato sul punto: “Durante la trasmissione venne esibito un documento che aveva in un angolo un numero di protocollo, “622”. Quel documento arrivava dal fascicolo del pm ma eravamo ancora nel mezzo dell’udienza preliminare, quando gli atti sono secretati, quindi come poteva averlo Report? In seguito ho saputo che sia il giornalista dell’Espresso che l’avvocato di Crisanti avevano fatto richiesta di accesso agli atti alla procura e avevano avuto via libera… comunque per vederci chiaro ho presentato un esposto, che è stato trasmesso a Roma e lì archiviato. Curiosamente, adesso proprio Sigfrido Ranucci di Report lamenta le stesse anomalie nell’inchiesta sul suo attentato e ha presentato un esposto simile al mio per fermare la fuga di notizie dalla procura. Chissà se archivieranno anche quello… Comunque lo rivedrò presto, è stato rinviato a giudizio per diffamazione nei miei confronti”.

Il processo, infatti, è durato due anni. Dopo l’audizione dei testimoni dell’accusa, il giudice ha interrotto il dibattimento senza neppure ascoltare quelli della difesa, applicando l’articolo 129 del codice di procedura penale. Rigoli e Patrizia Simionato sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Non per prescrizione, non per un vizio formale e nemmeno per insufficienza delle prove: il fatto contestato non esisteva.

Ed ecco la prima, gigantesca contraddizione. La televisione aveva raccontato presunte falsità scientifiche e appalti milionari, mentre il processo si è chiuso anticipatamente perché già i testimoni dell’accusa avevano reso evidente l’insussistenza delle contestazioni. Il sospetto aveva avuto una prima serata nazionale, l’assoluzione è arrivata quando il tribunale mediatico aveva già celebrato il proprio processo.

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Per Rigoli potrebbe esserci una ragione politica, ma non solo. C’è infine il denaro, argomento normalmente irresistibile per Report. L’esperto ricorda che durante la pandemia i laboratori pubblici, non riuscendo a processare tutti i molecolari, dovevano rivolgersi alle strutture private. Secondo il medico, ogni tampone veniva refertato a prezzi compresi tra 100 e 120 euro, mentre i rapidi passarono da circa 12 euro a 4,5 e infine a 2,5 euro. La loro diffusione avrebbe quindi ridotto enormemente sia la spesa delle aziende sanitarie sia i guadagni dei privati. Rigoli non presenta questa ricostruzione come una verità giudiziaria, ma come una pista economica che a suo avviso non sarebbe stata approfondita abbastanza. Ed è curioso: il programma che invita sempre a seguire il flusso dei soldi sembra essersi fermato proprio quando quel flusso avrebbe potuto portare in una direzione diversa dalla tesi prescelta.

Nel frattempo, la vita del medico è stata travolta. Suo padre, anche lui microbiologo, è morto prima dell’assoluzione. La famiglia ha attraversato anni di accuse, sospetti e sofferenze. La sentenza gli ha restituito la dignità sul piano giudiziario, ma non può restituirgli il tempo, la salute e gli affetti consumati durante l’inchiesta.

Il punto è tutto qui. Report può sbagliare, come possono sbagliare medici, magistrati e giornalisti. Ma chi costruisce processi televisivi dovrebbe assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni, soprattutto quando vengono smentite da un tribunale. Non basta aggiornare una didascalia o dedicare pochi secondi all’assoluzione dopo aver riservato un’intera puntata all’accusa. Rigoli formula il principio più semplice e più dimenticato: “Non si può distruggere una persona ingiustamente”.

Ranucci pretende giustamente garanzie, prudenza e rispetto delle regole quando le inchieste riguardano lui. Sarebbe opportuno che Report applicasse lo stesso garantismo anche alle persone che finiscono sotto i suoi riflettori. Perché il giornalismo d’inchiesta controlla il potere. Il tribunale televisivo, invece, emette condanne senza avere né i poteri né le responsabilità di un giudice.

Massimo Balsamo, 6 agosto 2026

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