Resa dei conti nel Pd, rivolta contro Elly Schlein: “Voteremo No”

Manco i dem credono ai referendum che la segretaria sostiene a spada tratta. La lettera ai vetriolo dei Riformisti sul Jobs Act

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picierino guerini schlein PD

Il Partito Democratico si prepara al referendum dell’8 e 9 giugno su temi delicati come il Jobs Act, i contratti di lavoro e la cittadinanza. La linea ufficiale del partito, guidato da Elly Schlein, è chiara: cinque “sì” per sostenere i quesiti proposti. Tuttavia, non tutti all’interno del Pd sembrano condividere questa posizione: una frattura è emersa con la corrente riformista, che ha scelto di appoggiare solo due quesiti, suscitando un acceso dibattito interno.

Tra i cinque quesiti in votazione, i primi quattro puntano a modificare il Jobs Act, il pacchetto di leggi sul lavoro introdotto nel 2014 dal governo Renzi. Uno dei quesiti riguarda i licenziamenti illegittimi, proponendo il ripristino del reintegro eliminato dalla norma votata dal Pd che ora il Pd contesta. Gli altri toccano i licenziamenti nelle piccole imprese, i limiti ai contratti a termine e la responsabilità delle imprese appaltatrici in caso di infortuni ai dipendenti. Il quinto quesito riguarda invece la cittadinanza italiana, proponendo di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo richiesto per gli stranieri per poter presentare domanda.

La posizione Pd e il dissenso dei riformisti

La direzione del Pd, con il sostegno della segretaria Elly Schlein, ha confermato l’indicazione ufficiale di votare sì su tutti e cinque i quesiti. Tuttavia, la corrente riformista, rappresentata dall’area Energia Popolare, ha deciso di sostenere solo i quesiti sulla cittadinanza e sulla responsabilità solidale nei subappalti. Questa scelta riflette una tensione già presente all’interno del partito, che rischia di compromettere l’unità sui temi centrali della consulta referendaria.

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Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e esponente riformista, ha dichiarato che il referendum non rappresenta uno strumento efficace per affrontare questioni legate al lavoro. Ha affermato che voterà sì solo sui quesiti riguardanti cittadinanza e responsabilità nei subappalti, mentre preferirebbe un dibattito in Parlamento per le altre tematiche.

La lettera a Rep

In una lettera inviata a Repubblica, i riformisti hanno inviato un messaggio neppure troppo velato alla loro segretaria. Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Marianna Madia, Pina Picierno, Lia Quartapelle e Filippo Sensi difendono insomma il “Jobs Act, misura introdotta dieci anni fa dal Partito Democratico e che oggi lo stesso Pd, rispondendo alla sollecitazione della Cgil, sconfessa”. Un controsenso, senza contare che peraltro votando “Sì” ai quesiti referendari non si torna affatto all’articolo 18, essendo stata la norma di Renzi “già stravolta dalla Consulta e ritoccata dal governo Conte I”, ma alla riforma Monti-Fornero. “La verità – scrivono i ribelli – è che la riforma del 2015 rimane l’ultimo provvedimento organico sul lavoro varato in Italia, per armonizzare la nostra disciplina a quella degli altri Paesi Ue, ispirato alle migliori esperienze giuslavoristiche delle socialdemocrazie europee”. Un provvedimento che “voleva combattere il precariato e superare la frattura tra lavoratori ‘iper-garantiti’ e lavoratori ‘periferici’ su cui tendeva a scaricarsi tutta la flessibilità richiesta dal sistema produttivo”. Per Guerini&co servirebbero dunque politiche attive, magari il salario minimo, ma non “agitare un simulacro fuori dal tempo, con un dibattito che distrarrà l’attenzione dai veri problemi, oltre a creare divisioni in campo progressista e sindacale (Cisl contraria, Uil per la libertà di voto)”.

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