
Al Nazareno la parola d’ordine è una sola: aspettare. Aspettare che la polvere del referendum si depositi, che i numeri si metabolizzino e, possibilmente, che i danni non siano troppo gravi. Ma la verità è che nel Pd le acque restano più agitate che mai. E mentre la segretaria Elly Schlein si trincera dietro i soliti riti di partito, i riformisti – quelli che la linea referendaria l’hanno digerita a fatica e che fin da subito si sono mostrati freddi sui quesiti tanto cari a Maurizio Landini – cominciano a farsi sentire. Tra questi c’è anche Stefano Bonaccini, che con la sua solita diplomazia emiliana chiede un confronto interno. “Serve guardare avanti, non al passato”, dice l’ex governatore dell’Emilia-Romagna. Già, ma il presente è tutto fuorché rassicurante. Per ora, però, niente convocazioni ufficiali: né per la direzione, salvo un appuntamento utile solo a guardare i conti, né per l’assemblea nazionale.
Fonti vicine alla segreteria provano a rassicurare: “Faremo come sempre. Due assemblee l’anno, 5-6 direzioni. Così sarà anche nel 2025”. Tradotto: calma piatta, nessuna voglia di rimettere in discussione l’equilibrio interno. Figuriamoci un congresso anticipato. Uno spauracchio. L’ipotesi, sussurrata da qualcuno come possibile strumento per silenziare la minoranza interna, viene subito archiviata come fantapolitica. “Il congresso si fa quando si fa”, taglia corto un parlamentare vicino a Schlein. E poi – è il sottotesto – perché rischiare di mettere in discussione una leadership fragile, proprio ora che si cerca faticosamente di tenere insieme i cocci?
Eppure, il malumore cova. I riformisti non sono soddisfatti e si sentono sempre più ai margini. A dirlo chiaramente è Anna Ascani, vicepresidente della Camera: “Non penso che ci sarà un congresso anticipato”. Un modo elegante per dire che nessuno ha il coraggio di aprire davvero un confronto interno. Anche perché, come si mormora tra i dem, “nessuno ha interesse a fare troppo casino, tranne una parte della tifoseria”.
Poi ci si mette anche Goffredo Bettini, colui che stravedeva per Giuseppe Conte, che dalle retrovie lancia l’ennesima idea di “tenda progressista” dove raccogliere tutto e il contrario di tutto: liberali, repubblicani, moderati, ambientalisti. Una specie di campo largo 2.0, pensato da chi, come sempre, vive più nei salotti romani che nella realtà. La reazione non si fa attendere: “Il Pd è nato proprio come luogo di contaminazione. E continuerà a esserlo”, replica su X (una volta si chiamava Twitter) il senatore Filippo Sensi. Peccato che quella contaminazione, oggi, sembri più una malattia autoimmune.
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Intanto, nel vuoto lasciato dalla segreteria, qualcun altro si muove. Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, lancia i comitati “Più Uno”, con l’ambizione di riportare i cittadini alla politica. “Io sono cresciuto con i comitati per l’Ulivo. Mi riconosco in quella stagione. Mi metto a disposizione come contributore di un dibattito all’interno del centrosinistra”, il suo messaggio. E l’iniziativa ricorda i comitati dell’Ulivo, ma in versione 2025: partecipazione, dibattito, entusiasmo. Tutto molto bello. Ma basterà qualche comitato a rianimare un partito che oggi sembra più interessato alla conta interna che a parlare al Paese?
Franco Lodige, 12 giugno 2025
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