
Qui al bar sospettiamo che non vedessero l’ora di riversare un po’ di snobismo sulle risate maleducate degli italiani. Con Checco Zalone si sono dovuti trattenere: era campione di incassi e poi il suo politicamente scorretto è scaltro, anfibio, carica chi è stufo del linguaggio col bilancino ma si presta anche a essere letto come una parodia della volgarità, inscenando il modo in cui la gente per bene vede la gente per male: “pecoreccia”. Francesco Bei ha dipinto più o meno così Andrea Pucci su Repubblica, mentre qualcun altro se l’è presa con le “risate all’olio di ricino” del suo pubblico, che forse è ancora più fascista di lui.
Il cerchio lo ha chiuso Beppe Sala rispondendo a Ignazio La Russa, secondo il quale il pregio di Pucci è di parlare “come la gente a cena”. “Spero che a casa mia non si parli in quel modo”, ha replicato il sindaco di Milano. E come si potrebbe parlare in quel modo, con quelle battutacce “contro donne, meridionali e gay” (Repubblica), nella casa di un sindaco di Milano in spolvero e luccichio olimpionico?
Pucci, dice Bei, è “un comico da terza media”. Cioè il titolo di studio degli elettori della “destra sudata”, che essendo ignoranti e pecorecci si divertono con le stupide oscenità. Sono lontani i tempi della sinistra nazionalpopolare, che doveva essere capace di parlare alle masse dando loro anche un orizzonte valoriale e culturale. Parlare al popolo vale solo se si cambia popolo. Loro non si contaminano con i fascisti. Se qualcuno li avesse chiusi dentro la Fabbrica del Vapore, per il gran gala milanese, forse questi qua non sarebbero davvero mai usciti. A meno che sul palco non fosse salito un comico da terza media…
Il Barista, 11 febbraio 2026
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