Riforma della Giustizia, cosa succede ora: si va verso il referendum

Il voto in Senato segna un passo fondamentale per modificare le norme. Ma non è ancora finita

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Il 30 ottobre 2025 il Senato ha dato il via libera definitivo alla riforma della giustizia con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astenuti. La riforma, tra i punti fondamentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, un cambiamento atteso da decenni. Essendo stata approvata senza raggiungere la maggioranza dei due terzi, il percorso legislativo si concluderà con un referendum costituzionale confermativo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito questa approvazione “un traguardo storico e un impegno mantenuto”.

La separazione delle carriere e le altre novità della riforma

La riforma stabilisce che i magistrati dovranno scegliere, fin dall’inizio della carriera, se intraprendere il percorso di giudice giudicante o di pubblico ministero. Questa separazione rappresenta il cuore del progetto e punta a rendere più chiari e distinti i ruoli, eliminando la possibilità di passaggio tra le carriere, finora ammesso una sola volta nei primi dieci anni di attività. Inoltre, la riforma prevede la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (Csm), ciascuno competente per una delle due carriere.

Un elemento chiave del nuovo sistema è il sorteggio per i membri dei due Csm. Due terzi dei componenti saranno scelti tra i magistrati, mentre un terzo sarà designato da un elenco stilato in Parlamento. La riforma introduce anche l’Alta Corte Disciplinare, che avrà il compito di decidere sui provvedimenti disciplinari per magistrati. La Corte sarà composta da quindici membri: sei giudici, tre pubblici ministeri, tre designati dal Parlamento e altri tre nominati dal presidente della Repubblica.

Il percorso verso il referendum

Nonostante l’approvazione definitiva in Parlamento, il testo sarà sottoposto a un referendum costituzionale per la conferma, previsto probabilmente tra marzo e aprile 2026. Essendo un referendum senza quorum, sarà sufficiente la maggioranza dei voti tra il “Sì” e il “No” a decidere il destino della riforma. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha già dichiarato che il governo lavorerà per promuovere il “Sì”. Anche le opposizioni, con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle in prima linea, hanno annunciato una forte mobilitazione per il “No”.

Le reazioni politiche

La discussione in Senato si è svolta in un clima teso, con accuse e dichiarazioni accese da entrambe le parti. Roberto Scarpinato, ex magistrato e senatore del Movimento 5 Stelle, ha contestato duramente il provvedimento, sostenendo che figure come Silvio Berlusconi e altri non fossero vittime di una magistratura politicizzata, come sostenuto dal centrodestra. Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia, ha invece esultato affermando che la riforma rappresenta la realizzazione di un sogno di Berlusconi. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scelto l’astensione, definendo la riforma una “riformicchia” che non cambierà le condizioni generali della giustizia italiana.

La nascita dei comitati

Anche l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha espresso il proprio dissenso verso questa riforma, ritenendo che metta in pericolo l’indipendenza della magistratura. L’Anm ha costituito un comitato per il “No”, con l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sui rischi derivanti da questi cambiamenti. Sul fronte opposto, l’Unione delle Camere Penali si è dichiarata pronta a sostenere il “Sì” per raggiungere una “giustizia più equa e meno politicizzata”.

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