Ci sono uomini che, anche quando hanno già vissuto molte vite, non smettono di cercare la “prima volta”. Alessandro Sallusti è uno di questi. Direttore, giornalista, scrittore, oggi anche autore teatrale e direttore di una testata web, Politico Quotidiano. Un’altra prima volta, appunto. «È un periodo di prime volte pazzesche», racconta, spiegando che «in realtà è la mia prima volta sul web» e che proprio per questo l’esperienza lo diverte e lo stimola.
La cifra più autentica di Sallusti è forse la coerenza. «Penso proprio di sì, anzi ne sono sicuro», risponde quando gli si chiede se stia vivendo la vita che avrebbe voluto. E aggiunge: «Io volevo fare questa roba e per fortuna sono riuscito a farla, quindi sono l’uomo più sereno del mondo».
L’ultima sfida lo ha portato a teatro con “Il Pregiudicato”, un titolo che è già una dichiarazione politica e personale insieme. «Sono un pregiudicato di fatto: sono stato processato, condannato, arrestato», dice senza girarci intorno, ricordando poi che lo Stato lo ha risarcito per ingiusta detenzione. Ma il pregiudizio, spiega, non è solo giudiziario: «Alcune idee, come le mie liberali e conservatrici, in questo Paese soffrono di un pregiudizio. Se non sei di sinistra, taci».
Portare tutto questo su un palcoscenico non è stato indolore. Anzi. «Ero terrorizzato», ammette Sallusti ricordando l’attimo prima che si aprisse il sipario. Abituato a parlare davanti a una telecamera, si è scoperto quasi paralizzato dall’idea di avere davanti «500 persone in carne e ossa che da te si aspettano qualcosa». Una responsabilità diversa, più fisica. «Ho vissuto due ore in uno stato di trans assoluta», tanto da dimenticarsi perfino di bere o fumare.
Il monologo ruota intorno alla libertà e a quello che Sallusti definisce «l’imbroglio della libertà». L’imbroglio, spiega, «è voler far credere che esiste una sola verità». La sua tesi è netta: «La verità è un punto di vista, non esiste una verità assoluta. Esistono delle verità, ognuno ha la sua». E la domanda che pone, sul palco e fuori, è sempre la stessa: perché alcune verità hanno diritto di cittadinanza e altre no?
Il teatro, per chi vive di scrittura, ha imposto anche una scoperta inattesa. «La scrittura, quando diventa copione, ha una fisicità», racconta. Le stesse frasi, recitate, si allungano, respirano, si caricano di pause e di silenzi. «Durante le prove leggiamo e andiamo avanti. Quando reciti, invece, il tempo si dilata». È lì che le parole diventano corpo.
Ma “Il Pregiudicato” è anche — e forse soprattutto — un racconto sul sistema giudiziario italiano. Un sistema che Sallusti conosce per esperienza diretta. «Ho vissuto un arresto ingiusto, dichiarato ingiusto da una Corte», ricorda. E aggiunge, senza enfasi ma con fermezza: «Perdere la libertà non è per nulla piacevole». A questo si somma la sua esperienza professionale accanto a Silvio Berlusconi: «Sono stato testimone oculare di una persecuzione giudiziaria».
Da queste esperienze nasce anche Il sistema colpisce ancora, scritto con Luca Palamara. Non un libro di sfogo, ma una denuncia strutturale. «Ci hanno detto: Palamara è stato fatto fuori, quindi adesso va tutto bene. Ma non è vero», sostiene Sallusti. «Quel sistema che ha inquinato la democrazia è ancora in piedi». E quindi la riforma della giustizia, pur non essendo salvifica, diventa necessaria: «Serve a mettere un altolà a derive pericolose».
I numeri citati fanno impressione: «In Italia ogni otto ore viene arrestata ingiustamente una persona». Mille casi l’anno. Non assoluzioni dopo il processo, ma arresti che non dovevano avvenire. «Qui c’è un corto circuito», spiega, indicando il rapporto troppo stretto tra pm e giudici: «Spesso il giudice fa un copia-incolla delle motivazioni del pm».
Secondo Sallusti, il tema della detenzione ingiusta non diventa una priorità politica per un motivo molto semplice: «Perché non tocca te». Finché non si sperimenta sulla propria pelle, prevale l’indifferenza. E perché, aggiunge, «mettere in discussione questo sistema vuol dire mettere in discussione la magistratura», cosa che la politica, dal 1994 in poi, ha avuto paura di fare fino in fondo.
Da qui la difesa della riforma e del referendum. «Devi votare sì per due motivi fondamentali», spiega in modo diretto. Primo: «Per essere sicuro che il tuo voto non venga inficiato da iniziative giudiziarie». Secondo: «Per sapere che, se domani arrestano il tuo vicino di casa, ci sono seri motivi». E poi c’è il punto decisivo: «Se un magistrato sbaglia, paga».
Nel frattempo Sallusti vive un’altra prima volta, quella da direttore di un giornale solo web. «È una nuova sfida», dice, ammettendo di essere «un po’ scombussolato». Ma i numeri lo sorprendono: «Ho cento volte più lettori di quando dirigevo il giornale cartaceo». Un segno dei tempi, certo, ma anche della vitalità del dibattito.
Alla fine, quando la conversazione scivola sul tema ultimo, la morte, Sallusti spiazza ancora. «Non ho alcuna paura di morire», confessa. «Mi dispiace lasciare le cose belle che ho in corso, ma sono stato molto fortunato: ho vissuto tanto e ho fatto tante cose».
E forse è proprio questa consapevolezza, unita al coraggio di continuare a esporsi e a mettersi in gioco, a rendere Alessandro Sallusti una figura ancora così centrale e divisiva. Uno che non rinuncia alla propria verità, anche sapendo che qualcuno continuerà a chiamarla “pregiudizio”.
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