Salvini in Israele, i retroscena della visita

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Preso a schiaffi dall’Europa e in leggero calo nei sondaggi dopo l’isterica gestione della Legge di bilancio, il Capitano Salvini torna in scena ripartendo da Israele e battendosi per trasferire l’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. È questo il risultato più clamoroso e tenuto finora riservatissimo della sua visita ufficiale dei giorni scorsi dove è stato accolto come un figliol prodigo dal Premier Bibi Netanyahu.

La durata, 45 minuti, l’atmosfera e il luogo del tête-à-tête la dicono tutta: Salvini, pur senza cravatta, con pochi ma chiari concetti in testa, ha stregato il Premier israeliano. Netanyahu riconosce in Salvini un leader di livello, sperando di non sbagliare come fece con Matteo Renzi, al quale aveva aperto le porte della Knesset.  Se Il Presidente Reuven Rivlin ha evitato di riceverlo, in quanto vicino a movimenti estremisti in Europa, da Orban alla Le Pen, Netanyahu ha riservato a Salvini la zona più segreta del suo ufficio nel quartiere-fortezza governativo a Kiryat HaMemshala, nella Givat Ram di Gerusalemme: il cosiddetto “acquario”, a cui si accede da una porta a vetri corazzata che non consente di vedere quello che succede all’interno. Davanti a loro un piccolo tavolino con due telefoni, uno bianco ed uno nero, in grado di collegare il padrone di casa con chiunque nel mondo, soprattutto nelle zone militari più sensibili. Giusto per comprendere il vero senso del potere. Il traduttore, unico testimone.

Il risultato è che Salvini si batterà per trasferire la sede dell’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. Con questo colpo a sorpresa strizza l’occhio a Donald Trump e a tutti quelli che lo considerano uno dei satelliti di Vladimir Putin. Poco importa se aumenterà la schiera dei nemici in Vaticano e se sulla scena internazionale oscurerà il Presidente Conte, il Ministro Moavero Milanesi e la Ministra Trenta. E fa pure tendenza, da vero influencer: visti inizialmente male per via della moglie iraniana di Grillo, ora anche i 5 Stelle stanno cercando canali in Israele grazie ad aziende nel campo cyber sponsorizzate da Casaleggio e compagni. Ma Salvini non è da meno neanche in questo: si è fatto promotore di un incontro in primavera tra le principali aziende italiane delle telecomunicazioni e le realtà israeliane. E su questa iniziativa, benedetta dal Premier Netanyahu, sarà in prima linea Jonathan Pacifici, Presidente del World Jewish Economic Forum e da sempre uomo di collegamento tra Roma e Gerusalemme.

Eppure non è stata l’accoglienza così calda che ha colpito Matteo in missione, preceduta da un viaggio del leghista Picchi, ex quarta fila di Forza Italia che ora agisce come “Ministro degli Esteri parallelo”, quanto i quattro tunnel sotterranei con cui Hezbollah, organizzazione sostenuta dall’Iran, cerca di entrare nello Stato ebraico terrorizzando la popolazione. E l’assaggio di quello che succederà con lo spostamento dell’ambasciata glielo ha dato Padre Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, già in corsa come Arcivescovo di Milano.

Gerusalemme è luogo simbolo delle tre grandi religioni monoteiste, crogiuolo di popoli diversi, punto nevralgico della storia del mondo: riconoscerla capitale di un unico Stato rischia di creare una situazione esplosiva. L’Onu si è già fatta sentire con una risoluzione votata da 128 Paesi, e l’allora rappresentante italiano presso le Nazioni Unite, Sebastiano Cardi, fu il primo a prendere posizione insieme con Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia. Era dicembre 2017, un’era geologica fa. Faremo marcia indietro come con il Global Compact? Lo spericolato Salvini non vede l’ora.

Luigi Bisignani, Il Tempo 23 dicembre 2018

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