Sanchez mollato da Puigdemont: la poltrona traballa sempre di più

Per salvare la poltrona aveva messo insieme un’alleanza impossibile. Ora Junts lo abbandona e la Spagna resta in balia dei suoi equilibrismi

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pedro sanchez

Alla fine, lo strappo è arrivato. Dopo mesi di minacce, ricatti e teatrini, Junts per Catalunya — il partito di Carles Puigdemont — ha detto basta al governo di Pedro Sanchez. L’addio è arrivato a Perpignan, in Francia: un luogo simbolico, dove l’indipendentismo catalano ha celebrato la rottura ufficiale con i socialisti spagnoli. Secondo Puigdemont, Sanchez non ha mantenuto le promesse. E in effetti, chi conosce il premier socialista sa che di promesse ne ha fatte tante, ma di mantenerne una, neanche mezza. “Junts ha deciso di rompere il suo sostegno ed esercitare l’opposizione”, ha annunciato l’ex presidente catalano. Una frase che suona come una condanna definitiva per un governo nato più da un puzzle di poltrone che da una visione politica.

Il leader catalano ha messo nero su bianco un lungo elenco di “promesse non mantenute”: dal catalano in Europa al trasferimento di competenze sull’immigrazione, fino all’amnistia (mai realizzata) per lo stesso Puigdemont, ancora ricercato in Spagna. E ora il referendum interno di Junts, previsto per mercoledì e giovedì, servirà solo a formalizzare una decisione già presa. “Il governo spagnolo non potrà ricorrere alla maggioranza, non avrà legge di bilancio, non avrà possibilità di governare” ha detto Puigdemont. E come dargli torto?

Sanchez, che pur di restare alla Moncloa avrebbe stretto accordi pure con il diavolo, si ritrova ora ostaggio dei suoi stessi alleati. Un premier che da anni governa in bilico, impastando socialismo, separatismo e populismo in una zuppa indigesta. Per due anni ha galleggiato grazie ai sette voti di Junts, fondamentali per tenere in piedi la maggioranza con Sumar. Ma adesso che Puigdemont si è sfilato, il castello rischia di crollare. Già da mesi la situazione era critica: i catalanisti votavano spesso insieme al Partido Popular e persino a Vox su leggi chiave. E ora, con la maggioranza a pezzi, il governo socialista rischia il naufragio a metà legislatura. Eppure Sanchez continua a ripetere il suo mantra: “Calma, mani tese, rispetto dei processi”. Parole che suonano come un disco rotto mentre tutto intorno cade a pezzi.

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In Catalogna, intanto, Puigdemont cerca di salvarsi dal crollo interno del suo partito, insidiato dall’ultranazionalista Aliança Catalana, che gli ruba voti e bandiere. Dopo 14 anni di governi indipendentisti, la regione è tornata alla “normalità istituzionale”, cioè sotto il controllo socialista di Salvador Illa, il nuovo pupillo di Madrid. Ma attenzione: Junts non è certo diventato amico della destra. Puigdemont non vuole finire in un abbraccio mortale con il Partido Popular e Vox, che nel 2017 applicarono l’articolo 155 e commissariarono la Catalogna. Nessun suicidio politico, almeno per ora. Resta però il fatto che Sanchez si trova ora nudo davanti al Parlamento, con una maggioranza evaporata e un Paese spaccato. La sua ostinazione a rimanere fino al 2027 — “con o senza legge di bilancio” — è l’ennesima prova del suo trasformismo: un premier che cambia alleati come calzini, ma non molla la poltrona neanche con le pinze.

L’ironia è che tutto questo accade mentre la Spagna, dicono i numeri, cresce più di altri Paesi europei. Peccato che la politica sia ferma, bloccata dall’ego di un uomo che non sa perdere e non sa rinunciare. Perché il vero problema non è Puigdemont che si sfila. Il vero problema è Sanchez che non sa governare senza scambiarsi favori con chiunque gli consenta di restare un giorno in più alla Moncloa. E ora che i nodi vengono al pettine, scopre che il “governo del dialogo” è solo un governo di ricatti.

Franco Lodige, 28 ottobre 2025

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