Oggi parliamo di sanità. Giovedì 14 maggio l’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato gli esiti di una ricerca sul sistema sanitario dell’Emilia-Romagna, con particolare attenzione al ruolo del privato accreditato. La ricerca pone una domanda molto concreta: in una fase in cui i cittadini fanno sempre più fatica ad accedere a visite, esami e interventi nei tempi previsti, la Regione sta davvero usando bene tutte le risorse e tutte le capacità disponibili?
Quando si parla del Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna, il rischio è di essere più preoccupati di difendere un modello piuttosto che guardare in faccia i problemi e cercare le giuste risposte che mettano al centro il bisogno di cura dei pazienti. Il nostro Servizio sanitario regionale, che negli anni è stato un punto di riferimento per la sanità nazionale in virtù della capacità di garantire servizi sanitari e sociosanitari di qualità, ormai non regge più.
Il motivo è semplice: è stato disegnato più di 40 anni fa per una società diversa ed è organizzato secondo un modello dirigistico che privilegia il consenso politico piuttosto che i veri attori, cioè i pazienti e gli operatori sanitari che ogni giorno lo fanno funzionare.
La situazione della popolazione nella nostra regione è profondamente cambiata negli ultimi anni per l’effetto combinato del progressivo aumento dell’aspettativa di vita, del calo della natalità e dell’aumento delle malattie croniche, che hanno bisogno di prevenzione e di cure continue.
Anche il quadro sociale e l’organizzazione familiare sono cambiati profondamente: le reti di aiuto si sono ridotte, è aumentata la solitudine degli anziani, sono cresciuti il carico assistenziale sulle famiglie e il ricorso a caregiver esterni. Per questo, continuare a difendere il modello così com’è, senza ripensarlo a partire dai pazienti e dagli operatori sanitari che ogni giorno lo fanno funzionare, significa non guardare in faccia i problemi.
Tutte le regioni dovrebbero chiedersi se stanno davvero usando bene tutte le risorse, perché la situazione ci impone di utilizzare al meglio ogni euro. Prima di chiedere nuove risorse è importante chiedersi come vengono spese quelle che ci sono, per il bene dei cittadini.
In Emilia-Romagna si investono 10,5 miliardi sui 14 del bilancio regionale in sanità, per una popolazione di circa 4,5 milioni di cittadini. Non esiste un’azienda che abbia un bilancio così grande e non esiste un’azienda che incida così tanto sulla vita dei suoi cittadini, soprattutto dei più fragili.
Da sempre l’Emilia-Romagna è considerata una regione con un servizio sanitario eccellente, ma le crepe che si cominciano a vedere sono evidenti e la ricerca dell’Istituto Bruno Leoni mostra i margini di miglioramento che ci sono per evitare che questo servizio crolli e per individuare strade per renderlo efficiente, efficace e sostenibile, utilizzando tutte le risorse disponibili, valorizzando tutte le professionalità e gli attori presenti, senza preconcetti.
Il problema più evidente è quello delle liste d’attesa. Secondo il sistema informativo SIGLA della Regione Emilia-Romagna, aggiornato al 3 marzo 2026, il 61,8% dei pazienti con priorità “entro 30 giorni” risulta già oltre i tempi massimi; per la classe “entro 60 giorni” si arriva al 66,5%. Dietro queste percentuali ci sono persone che aspettano di essere curate.
Sono due le domande a cui rispondere: valorizzare di più l’apporto del privato accreditato potrebbe portare ad ampliare la possibilità di ridurre le liste d’attesa e a garantire la sostenibilità del sistema? Una maggiore trasparenza nei bilanci degli ospedali pubblici può diventare uno strumento per migliorare l’efficacia della spesa, per il bene dei cittadini e dei professionisti che lavorano in questo settore così importante?
Cominciamo dalla prima. Il privato accreditato in Emilia-Romagna non è dominante e non sostituisce il pubblico. I numeri dicono che pesa per il 20,5% dei ricoveri complessivi: 142.412 su 695.120, e incide sul bilancio per il 15%. Nei soli ricoveri per acuti scende al 18,1%, mentre nell’ambulatoriale del Servizio sanitario nazionale arriva appena al 4,6%, con 3,4 milioni di prestazioni su 74,4 milioni.
Pur essendo minoritario, in alcuni segmenti è decisivo. Nella post-acuzie eroga circa il 57% dei ricoveri; nella riabilitazione pesa per il 70%; nella lungodegenza per circa il 50%. Quindi non è una presenza marginale: è già parte della continuità assistenziale.
Il dato più forte è quello sulla mobilità sanitaria: nelle strutture private il 46,4% dei ricoveri riguarda pazienti da fuori regione, contro il 7,3% del pubblico. E su 116.925 ricoveri di pazienti non residenti in Emilia-Romagna, 68.832 avvengono in strutture private, cioè il 58,9%. Questo significa che il privato accreditato attrae pazienti, porta risorse e produce prestazioni.
Ed ecco la risposta alla seconda domanda: in Emilia-Romagna solo il 22% della spesa ospedaliera è osservabile attraverso bilanci autonomi degli enti ospedalieri. La media nazionale è del 24%, mentre la Lombardia arriva all’89%.
La ragione è che molti ospedali pubblici sono dentro i bilanci complessivi delle AUSL. Si vede il bilancio dell’azienda sanitaria nel suo complesso, ma non il conto economico del singolo ospedale. E questo impedisce di capire con precisione quanto costa ogni struttura, quali prestazioni produce, quali ricavi genera, quali squilibri accumula.
Sugli unici cinque ospedali pubblici universitari autonomi analizzabili nei bilanci 2024 — Parma, Modena, Sant’Orsola, Sant’Anna di Ferrara e Rizzoli — a fronte di una produzione totale di circa 2,5 miliardi di euro, la ricerca individua 318 milioni di euro di ripiani impliciti. Se ci sono dei buchi di bilancio, la Regione interviene con dei ripiani. Si tratta di una cifra pari a circa il 12% della produzione complessiva. Nel dettaglio per il 2024: 65 milioni a Parma, 80,3 milioni a Modena, 113,8 milioni al Sant’Orsola, 43,6 milioni a Ferrara, 15,6 milioni al Rizzoli.
In genere, gli ospedali universitari sono quelli meglio gestiti, per cui è ragionevole aspettarsi che, in tutti gli altri ospedali della regione, tale percentuale di ripiani sul totale della produzione sia ancora più elevata.
Il vero tema non è “pubblico contro privato”, dato che il privato accreditato fa parte del servizio pubblico. Il punto è costruire una sanità più trasparente, più efficiente e più capace di curare le persone nei tempi giusti.
Lo studio mette in chiaro che opacità dei bilanci pubblici e compressione del privato accreditato sono due facce dello stesso problema: un sistema in cui il pubblico concentra nelle stesse mani finanziamento, controllo ed erogazione, con incentivi deboli alla trasparenza e all’efficienza, e comprime il privato accreditato trattandolo non da attore ma da mero fornitore, non può reggere le sfide del futuro.
Lo dimostrano il caso dei vincoli sulla mobilità sanitaria in cui si mette un tetto solo al privato accreditato e non al pubblico; l’annullamento da parte della Giunta De Pascale di una delibera della Giunta Bonaccini con la richiesta di restituire gli 80 milioni di costi già sostenuti dal privato accreditato per tenere aperti gli ospedali durante l’emergenza Covid; la costruzione di accordi che trattano il privato come una variabile da contenere, pur in presenza di una capacità produttiva già disponibile, contro l’evidenza di un possibile miglioramento della presa in carico dei cittadini.
Le proposte principali del rapporto dell’Istituto Bruno Leoni sono tre.
- La prima: pubblicare i conti economici dei singoli ospedali pubblici, per rendere chiaro chi produce cosa, con quali costi, quali ricavi e quali risultati, per migliorare i servizi.
- La seconda: separare meglio chi programma e finanzia da chi eroga le prestazioni, per ridurre il conflitto di interessi interno a un sistema in cui il controllore è spesso anche erogatore.
- La terza: valorizzare il privato accreditato sulla base dei risultati, non sulla base di pregiudizi o tetti storici. Quindi guardare a volumi, esiti, tempi, efficienza, capacità di attrarre pazienti e di contribuire alla riduzione delle liste d’attesa.
Un sistema pubblico che si misura con i propri costi, con i propri risultati e con gli altri erogatori non è più debole: è un sistema che si prende sul serio e guarda al bene dei propri cittadini.
Elena Ugolini, 19 maggio 2026
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