
I numeri di per sé non significano niente ma a volte spiegano tutto. Allora partiamo dai numeri. Cosa dicono questi numeri? Dicono di un fallimento per la prima serata del Festival di Sanremo. Poi ci girassero intorno, la mettessero come vogliono, la aggiustassero come gli pare ma se l’esordio si apre con circa 13 milioni e si chiude con meno di 6, vuol dire una cosa sola: che per inerzia tutti partono su Sanremo ma in corso d’opera la metà, più della metà a una certa s’è desta con urlo agghiacciante: “Chi è? Che ore sono? Pina, caffè, i giornali!”. Poi questa enorme metà si è riscossa, ha capito che era svenuta, subito, come una martellata in nuca ai primi latrati, indi ha spento o girato canale, è tornata a dormire, ha letto un libro, ha chattato con l’amante. E sei milioni in chiusura sono un disastro e infatti tutta la Rai sta in fibrillazione, per le ragioni fin troppo riepilogate. Non siamo esperti, non siamo augusti critici televisivi e non possiamo invocare san Mattarella che dopo le Olimpiadi venga a “salvare” anche il Festival, però a una cosa ci arriviamo anche noi ruspanti: che una rassegna di canzonette, kolossal fin che si vuole, si regge, semplicemente, su due cose: il contenuto e il contesto, gli artisti e lo spettacolo, la musica e la cornice: bene, non c’è né l’uno né l’altro.
Lo spettacolo è proprio come Conti, a sua immagine e somiglianza: non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore, sorpresa, ironia, originalità, trasgressione, pericolo, commozione, niente, zero, nessun Teatro della Crudeltà per dire, secondo lezione artaudiana, quella sottile tensione che è di per sé spettacolo, che prepara a qualcosa, che può far succedere qualcosa in qualunque momento e si risolve nella catarsi finale; qui non succede niente dall’inizio alla fine e tutti lo sanno: che balle, vado a letto. Se si pensa che il momento patetico è affidato a una ultrasecolare partigiana che non capisce più niente (però voterà No, capisci a mme), autentica carognata dal cinismo “democratico cristiano” come dice Carlo.
Peggio se possibile, ed è possibile, con gli artisti e le loro “canzoni”: e non si può infierire con trenta-spaventapasseri-trenta, col museo del cerone delle Pravo, lo strausato insicuro dei Renga e a questo punto anche i Fedez con quel vittimismo taroccato da influencer (Masini sembra il tutore di sostegno), le Levante versione Mirtilla Malcontenta, i Buscaglione formato maranza che nessuno conosce “ma spopolano su Spotify”. Spotify un par de palle! Qui se mai è la garanzia che se uno vale qualcosa non ce lo trovi, ci sono solo mezze calzette e un Festival rappresentativo, una rassegna di artisti è fatta dei Vasco, i Cocciante, gli Zero, con ospiti internazionali come i Rod Stewart, le Withney Houston e “canta ancora Whitney, canta ancora”. È fatto di Pippo Baudo, non dei baccalà in serie senza nessun carisma né spirito. Dico, ma l’avete sentito il nuovo singolo di Cocciante, “Ho 20 anni con te”, uscito il giorno del suo 80° compleanno? Sarà mica che le canzoni vanno sapute fare, che bisogna tornare all’arte, altro che le contraffazioni dell’intelligenza artificiale, miraggi ed ectoplasmi. Altro che lo sciacallaggio laurino, su Crans Montana, quella scena grottesca della madre che piangeva il figlio e subito la sfruttano. Ma non l’avete un po’ di decenza?
Dice, ma questo passa il convento: non è vero, mi offro di trovarne 50 di artisti fuori dai giochi ma validissimi e comunque è come per il calcio: se i talenti non ne hai, ti metti all’opera per allevarli. Invece anche a Sanremo si è preferito il baraccone senza fiera, la cornice del vuoto, il significante senza significato confidando nel sottosviluppo culturale, eterno, da coma irreversibile, della massa imperscrutabile. Altro cinismo inverecondo e sommo. Non puoi inventare ogni anno un Mahmood o Lucio Corsi che comunque valgono quel che valgono, astrazioni artistiche, miraggi dal miraggio.
E ‘sto Festival non decolla, è una noia che ammazza. Come un aereo gigantesco che rolla sulla pista, fa un gran casino, ma non si muove. È incredibile la piattezza, la mancanza di tutto. Non scorre, non passa mai, è narcolettico. Un Festival di piombo. Che si dà un’importanza che non può avere.
Dite che la capiranno la lezione dopo la legnata dei numeri? Ma vai: nel reame dei miraggi sono troppo tronfi, troppo drogati di rendite di posizione, di cariche, di convinzioni, di alienazioni per farsi un esame di coscienza. La Rai, per reazione, ha intensificato una grancassa già delirante: siamo grandiosi, comunque una media stratosferica, è il migliore dei Festival possibili. Dietro la propaganda, però, tutti già cercano scuse, alibi, scaricabarile, tutti a dirottare le responsabilità, colpa della champions, della controprogrammazione, dei cambiamenti climatici, cioè son sempre gli spettatori ad esser deficienti, e giù a buttarla in politica, se non guardi sei un disfattista, eh no ci vogliono più maranza e filohamas: ma lasciate perdere i metasignificati, qui ciascuno ha la sua colpa, pro quota. Ma tutti, dai capoccia ai conduttori alle velone di legno fino a qualche direttore d’orchestra che sembra uscito dal bosco di Rogoredo. “Sanremo è Sanremo” vuol dire noi siamo indiscutibili, intoccabili, una casta, come la Ferrari che meno vince e più si comporta da setta. “L’istituzione Festival di Sanremo”, dice bene Conti, e sulle istituzioni non si scherza, non si discute.Il brand è tutto! Quindi continueranno a “investire sul brand” che significa sulla scenografia e la sceneggiata, ma il minestrone senza ortaggi e ortaggi freschi, non lo fai. O lo fai ma è immangiabile.
E perché poi uno dovrebbe trangugiarselo? Perché “Sanremo è Sanremo”? Ma questo versar l’oro alla patria festivaliera non regge più, e deo gratias; non è questione di recuperare nelle sere successive, questo può anche starci, ma l’energia sul palco la vede Conti, qui l’energia sta solo negli sbadigli e io sono sommerso dalla stessa domanda da chi mi segue, l’abbia o meno visto questo Festival mortifero, inesorabile: c’è qualcosa che vale la pena? E la risposta, spiacente, è no. Inutile sfinirsi a salvare il salvabile nei trilli obsoleti di Arisa o quell’altra, come si chiama, Brancale, che tra l’altro si odiano come tutte quelle che si copiano: dai, su, che basta un pianobar a trovarne millanta che tutta notte canta. Vogliamo poi dire dell’infimo dei brani, che tutti sanno c’è una mafia degli autori, coi nomi di piuma a sviare i sospetti? Ma siccome poi queste lagne sono tutte uguali, si capisce che son sempre gli stessi a manovrare l’intelligenza artificiale per sfornare obbrobri in quantità industriale. Mai come quest’anno si assiste alla ricerca oscena del tormentone, per l’estate, per far soldi: ma una Elettra Lamborghini è semplicemente improponibile, la sua arroganza classista fa incazzare anche i più acritici, culturalmente e musicalmente analfabeti. Lo stesso si dica per il Leo Gassman che sta invecchiando a furia di raccomandazioni. Ha scritto Gigi Mascheroni di tutti i figli di qualcuno, di solito progressisti per il merito e contro le rendite di classe, che infestano il Festival. E questo sarebbe il meglio? Questa la musica italiana? Maddeché: qui non c’è il melodramma qui c’è solo il dramma. O la farsa.
Ma sì, la rigirassero come gli pare, si consolassero pure con i rimbalzi dell’audience, coi numeri da addomesticare, ma alla fine il redde rationem arriva e anche i più stupidi dentro al baraccone si dovranno convincere che gonfiare un miraggio come la rana di Esopo non basta più, che a spacciare noia mortale anche i più sguarniti, quelli che passa un usciere e lo prendono per Vannacci, ti mollano. Non è snobismo, i poveracci non ne sono capaci, però sono capaci di stufarsi di una gag della Pausini che mangia la mortadella e Conti ha paura di ungersi: tutto qui con trentacinque autori? Non è snobismo, è saturazione. Comprendi? Ce ne vorrà, ma dovranno capirlo, accettarlo che questa presa per i fondelli è arrivata al capolinea, almeno così come è concepita. Che c’è da cambiare e anche tanto, forse tutto. Che è finito l’eterno inganno del quale, credetemi, tutti ghignavano, hai visto, anche questa volta in dodici milioni si sono bevuti ‘sta merda, confezionata nella stagnola giusta, luccicante. Voi al roof dell’Ariston non ci siete mai stati, io l’ho bazzicato per anni. I numeri hanno detto che i numeri non ci sono più. E questa, come diceva quel “cazzone avariato” di Hugh Grant a Jullia Roberts, è una bellissima notizia.
Max Del Papa, 26 febbraio 2026
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