
Qui al bar un po’ di paura ce l’hanno messa, con questa storia dell’imminente guerra con la Russia. I droni che sconfinano – anche se i danni li fanno i missili polacchi; i gasdotti che esplodono – anche se a farli saltare sono i sabotatori ucraini; Vladimir Putin che ammassa al fronte 700.000 soldati. E se veramente non volesse fermarsi a Kiev? Se veramente, come ha detto il generale Vincenzo Camporini, ce lo ritrovassimo contro in Libia?
Ve lo dico io cosa succederebbe: che avremmo imparato una lezione. Un tempo i libici erano i nostri impresentabili amici: Muhammar Gheddafi, coperto d’oro, teneva a bada i migranti e garantiva persino stabilità a un Paese ingovernabile. Un problema in meno per noi, affacciati sul Mediterraneo, che è nostra regione d’interesse ben più di quanto non lo sia l’Est Europa. Poi arrivarono le bombe umanitarie, depositate da francesi, inglesi e americani. Le sghignazzate di Hillary Clinton per l’uccisione del raìs: “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”. Giulio Cesare scansate.
Risultato: caos, guerra civili, crisi migratoria, turchi e russi che fomentano il disordine e noi che siamo tra i due, tre, quattro fuochi, alla portata dei bombardieri di Mosca, come appunto ha spiegato Camporini. Un capolavoro. Cosa ci rimane oggi della Libia? Il caso Almasri e la sinistra che ancora si stupisce che dobbiamo patteggiare con i delinquenti, per evitare di essere sommersi di immigrati e per prendere un po’ dei combustibili che non compriamo più dalla Russia. Ma sì, dai, facciamo un’altra guerra umanitaria, piuttosto. Dopo ci pensa la Flotilla…
Il Barista, 19 settembre 2025
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