Al Salone del Libro di Torino, nel tipico comfort del salottino dell’intellighenzia di sinistra, Elly Schlein ha attaccato duramente il governo Meloni: “La destra vede la cultura come un luogo da occupare per spartire poltrone”. Secondo la segretaria del PD, l’esecutivo attuale avrebbe trascurato la priorità della cultura, trasformandola piuttosto in un banchetto per amici e fedelissimi.
L’accusa è tanto forte quanto infondata, soprattutto se analizzata con un pizzico di memoria storica: non è un segreto che la sinistra italiana abbia una lunga tradizione di occupazione sistematica delle istituzioni culturali.
Negli anni ruggenti del centrosinistra e dei suoi accrocchi per governare, Rai, musei, teatri e fondazioni sono stati schematicamente presidiati da figure vicine al PD o ai suoi alleati. Altro che “TeleMeloni”: davvero bisogna ricordare la gestione della Rai fino a qualche anno fa, con direttori generali e vicedirettori espressione di equilibri partitici? O le nomine al Maxxi, al Centro Sperimentale di Cinematografia e alla Biennale di Venezia sotto governi precedenti?
Queste manovre vengono puntualmente denunciate come occupazione quando a farle è la destra e invece celebrate come competenza quando a beneficiarne sono i soliti volti noti degli ambienti progressisti. Basti pensare, ad esempio, a cosa è successo alla Fenice con l’affaire Venezi: apriti cielo, tra accuse di politicizzazione tali da portare alla revoca alla professionista della direzione dell’orchestra. Evviva il pluralismo.
E in verità ancora oggi la cultura italiana viene percepita come un feudo di sinistra. Festival, premi letterari, teatri pubblici e case editrici continuano a favorire gli stessi volti, gli stessi intellettuali — o sedicenti tali —, gli stessi opinionisti che da decenni occupano le pagine culturali dei grandi giornali e i palcoscenici istituzionali. Gente che si premia e si autocelebra attraverso il solito uroboro pseudoculturale. Chi non si allinea a quel mondo rischia l’ostracismo, indipendentemente dal talento.
Poi c’è il gustoso paradosso. La sinistra accusa la destra di piazzare i suoi sulle poltrone del potere, provando a fare la stessa identica cosa, ma senza riuscirci. Ironia della sorte: la predica di Schlein arriva mentre il PD spinge con forza la candidatura di Maurizio Martina (ex segretario dem) alla guida della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Il governo Meloni, in un gesto di responsabilità nazionale, ha sostenuto questo nome con convinzione, coinvolgendo anche alleati internazionali come gli Stati Uniti.
Eppure proprio gli “alleati” socialisti di Schlein — primo fra tutti il premier spagnolo Pedro Sánchez — hanno opposto un proprio candidato, Luis Planas, creando un ostacolo alla nomina italiana. Lollobrigida ha protestato formalmente con l’UE, mentre esponenti di FdI come Fidanza e Procaccini hanno invitato ironicamente Schlein a fare la sua parte con Sánchez.
Schlein accusa gli altri e poi pretende di occupare posti internazionali di prestigio per i suoi, ma nemmeno i suoi referenti europei — socialisti inclusi — la sostengono. Le poltrone che il PD cerca di riempire non vengono approvate nemmeno dai propri alleati. Un classico caso di amichettismo riuscito malissimo. Altro che potenza dell’opposizione e credibilità internazionale.
La cultura non è mai di destra né di sinistra: è di chi la produce con qualità e libertà. Ma è stata proprio la sinistra a ghermirla politicamente, tanto da farla diventare un affare proprio. Quindi ora è inutile gridare allo scandalo e piagnucolare solo perché ha perso il controllo delle leve istituzionali.
Alessandro Bonelli, 17 maggio 2026
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