Esteri

Schlein e Conte lo dicano: su Hormuz sono d’accordo con Crosetto?

Navi italiane nello stretto? Il ministro della Difesa in una intervista al Corsera detta una linea politica chiara. E l'opposizione?

Elly Schlein, Guido Crosetto e Giuseppe Conte

Chi non è d’accordo con Crosetto lo faccia sapere. Oggi una intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto sul Corriere della Sera. Una linea politica chiara, europea. Spero che anche l’opposizione vi si riconosca.

C’è un punto su cui finora si è manifestato un dissidio, spero di facciata: il coinvolgimento dell’Onu (nella missione ad Hormuz, ndr). La sinistra lo chiede come condizione per l’intervento italiano ed europeo a guerra conclusa, senza rendersi conto di rimettere in questo modo la scelta a Trump e al suo potere di veto, e insieme a lui a Putin. Crosetto sul punto è molto chiaro: sono 42 i paesi d’accordo sull’iniziativa europea; bene se l’Onu darà il via libera ma non è indispensabile.

Schlein e Conte sono d’accordo?

Marco Taradash, 20 aprile 2026


Ecco un riassunto di quanto spiegato da Crosetto ieri al Corsera:

Il ministro della Difesa Guido Crosetto indica nello Stretto di Hormuz il fulcro della crisi: «La nuova chiusura non stupisce, perché è diventato il punto nevralgico di questa guerra». A suo giudizio l’Iran, impossibilitato a prevalere sul proprio territorio, ha esteso il conflitto «ai Paesi del Golfo, a Hormuz e quindi al resto del mondo», rendendo inevitabile «una trattativa lunga, continua, complicata».

Sulle responsabilità di Stati Uniti e Israele, il ministro distingue tra piani diversi: «Dal punto di vista nazionale si è trattato di un grave errore», afferma, ma per Israele la prospettiva di un Iran nucleare resta «una questione esistenziale, di sopravvivenza». Washington, aggiunge, considera Teheran «un elemento di totale destabilizzazione» sia per il sostegno ai gruppi armati sia per il peso energetico globale: «La potenza dominante cerca nell’energia un vantaggio sulla potenza emergente».

Quanto al ruolo italiano, Crosetto spiega che Roma è pronta a contribuire alla sicurezza marittima, ma solo a guerra finita: «Potremmo impiegare due cacciamine, ma per inviarli occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra». I flussi energetici, sostiene, potrebbero riprendere rapidamente una volta garantita la sicurezza, mentre per gli impianti danneggiati «potrebbero volerci anche tre anni». In ogni caso, sottolinea, sarà decisivo il passaggio parlamentare. Servirà o no il mandato dell’Onu? «Mi auguro che ci sia l’egida dell’Onu – dice – ma non mi formalizzerò se ci sarà una forza multilaterale di pace».

Nei rapporti con gli Stati Uniti esclude fratture: «Il dialogo è necessario, l’alleanza è il presupposto della nostra deterrenza». Ribadisce però i limiti costituzionali: «L’Italia non può scendere in guerra con nessuno». Anche il rifiuto dell’uso della base di Sigonella, precisa, rientra in questo quadro e non avrà conseguenze: «Gli americani conoscono le nostre regole».

Forte la preoccupazione per il Libano, dove «Hezbollah è la prima a non volere la pace». Critico il giudizio sulla missione Unifil, ritenuta ormai superata. Sul fronte energetico, infine, ridimensiona il tema del gas russo: «Non sarebbe gratuito, ma a prezzo di mercato». Sul piano interno, conclude, il governo deve affrontare riforme complesse: «Bisogna tagliare un po’ di fili. Il governo fa e qualcuno disfa».

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