
È sempre utile fare chiarezza. Come sappiamo, la legge di bilancio ha previsto un emendamento discusso in Commissione Bilancio, con il coinvolgimento di esponenti di tutte le forze politiche. Io stessa sono stata ascoltata in Commissione. Ho trovato significativa questa convocazione, in quanto quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario della legge sulla parità scolastica, la legge n. 62 del 2000, a firma del prof. Luigi Berlinguer, un uomo che si definiva comunista, un uomo che ebbe il merito di chiarire finalmente che in Italia il sistema nazionale di istruzione deve essere pluralista, in conformità a quanto previsto dall’articolo 33 della Costituzione.
Negli anni successivi, però, si è affermata una narrazione ideologica, ovviamente lontana dalla verità, una narrazione che ha compromesso gravemente il pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, con grave danno all’esercizio del diritto alla libertà di scelta educativa, soprattutto da parte delle famiglie meno abbienti. Ecco perché il governo ha stanziato 20 milioni di euro, destinati alle famiglie economicamente più svantaggiate, con un ISEE fino a 30mila euro, prevedendo un contributo di 1.500 euro per la scelta della scuola secondaria di primo grado o del biennio della secondaria di secondo grado, a sostegno del pagamento della retta. Tutto qui, niente di diverso dal desiderio di attuare il dettato costituzionale.
E, sempre per fare chiarezza, contrariamente a quanto qualche voce critica (pochissime peraltro) afferma, il buono scuola non sottrae risorse alla scuola statale. Lo ribadisco per l’ennesima volta. Un alunno della scuola statale costa allo Stato tra gli 8mila e i 10mila euro all’anno, a carico delle tasse dei cittadini. Gli studenti della scuola statale sono circa sette milioni. Se quegli stessi studenti frequentano una scuola paritaria – che, lo ricordo, è riconosciuta pubblica dall’articolo 33 della Costituzione, da una legge dello Stato (legge 62/2000), da risoluzioni europee e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come scuola pubblica, seppur gestita da soggetti privati accreditati e sottoposti al controllo statale – il contributo erogato dallo Stato scende a circa 750 euro annui per studente.
Eppure, lo Stato stesso certifica che il costo medio per studente è di circa 7.500 euro. La scuola paritaria sostiene quel costo, ricevendo, però, solo 750 euro. La differenza ricade interamente, è inevitabile, sulle famiglie che pagano due volte, prima le tasse, poi la retta, e sulle scuole paritarie che si indebitano pur di non applicare rette che taglierebbero in due la società. Questo meccanismo ha determinato la chiusura di moltissime scuole paritarie, specie nel Sud e nelle periferie del Paese, aprendo la strada al monopolio educativo, tipico dei regimi, non delle democrazie, da parte della scuola pubblica statale.
Che cosa ha fatto, dunque, questo governo se non compiere l’unica operazione sensata che attendevamo da anni? Il governo non ha giustamente finanziato le scuole paritarie ma ha sostenuto le famiglie che, ai sensi dell’articolo 30 della Costituzione e ai sensi dell’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, hanno il diritto alla libertà di scelta educativa. Questo governo ha avuto, occorre dirlo, la capacità di compiere la scelta giusta, ossia anteporre a tutto la garanzia di un diritto a lungo tradito, la libertà di scelta educativa, senza prestare il fianco alle contestazioni provenienti, poche peraltro queste ultime, dai partiti di opposizione – cosa questa che fa capire il carattere profondamente giusto dell’operazione – ma anche da qualche associazione di categoria che in passato si è detta contraria allo strumento del buono scuola per le famiglie, preferendo forme di sostegno destinate alle scuole. Chi governa, del resto, sa che il suo compito è quello di perseguire il bene dei cittadini non le logiche di parte: garantire il diritto è l’unica strategia che libera dalla logica delle fazioni.
L’Italia, dunque, si avvicina all’Europa. Infatti in tutti i Paesi europei le famiglie possono scegliere liberamente, a costo zero, tra scuola statale e scuola paritaria, perché hanno già pagato le tasse. In Europa, infatti, non ci si è mai interrogati sulla legittimità della libertà di scelta educativa ma solo sulle modalità per garantirla: finanziando i docenti, introducendo buoni scuola o voucher. Basti pensare alla Francia, Paese laico per eccellenza, o a Stati che hanno investito nel pluralismo educativo dopo la fine del comunismo. In Europa, è evidente, il pluralismo scolastico è considerato un diritto di interesse pubblico. In Italia, invece, è diventato oggetto di sospetto ideologico, conseguentemente inevitabili sono stati:
1. la chiusura delle scuole paritarie “dei poveri”, quelle che hanno contribuito storicamente a combattere l’analfabetismo;
2. il rafforzamento di scuole d’élite con rette elevatissime;
3. il fenomeno dei diplomifici. Da un lato si dice di essere contro i privilegi dei ricchi, dall’altro si finisce per sostenerli.
Nessun partito politico, una volta giunto al governo, ha mai negato il valore del pluralismo educativo. Il merito di questo governo è stato quello di riconoscere esplicitamente la libertà di scelta educativa, ponendo al centro le famiglie. Ma anche altri governi hanno riconosciuto il valore delle scuole paritarie. Ricordo, ad esempio, che Berlinguer firmò la legge sulla parità. E ricordo che per arrivare agli attuali 750 euro di contributo per studente – circa 700 milioni complessivi – ci sono voluti 25 anni.
Va detto anche che il governo che ha stanziato, in un’unica soluzione, le risorse più ingenti per le scuole paritarie è stato il governo Conte. Durante il periodo del Covid, con un esecutivo guidato dal Movimento 5 stelle e con la ministra Azzolina, furono stanziati 300 milioni di euro per salvare il comparto dalle conseguenze del lockdown. Voglio citare le dichiarazioni di quel periodo, di quel governo: “Le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel nostro sistema di istruzione. Dobbiamo mettere tutti nelle condizioni di operare al meglio per il bene di bambini e ragazzi. Come Governo stiamo facendo uno sforzo straordinario per garantire risorse economiche e professionali a ogni istituto e assicurare il diritto allo studio in presenza a ogni giovane, dopo i mesi difficili di lockdown. È una risposta a tante famiglie che scelgono di avvalersi di un diritto costituzionalmente garantito e a lavoratori che devono essere tutelati come gli altri”. Sono dichiarazioni che pesano ancora oggi.
La domanda, dunque, è inevitabile: è possibile che il dibattito pubblico continui a essere dominato da contrapposizioni ideologiche, quando poi nelle sedi di governo e in Parlamento le decisioni raccontano un’altra realtà? Questo mi preoccupa, perché confondere l’opinione pubblica non danneggia solo le scuole paritarie, ma l’intero sistema educativo, quindi la società. Le scuole paritarie serie si sono indebitate, hanno ipotecato beni, hanno resistito a costo di enormi sacrifici. Di questo continueremo a parlare, quando sarà possibile, anche con la senatrice Floridia, tra le pochissime voci che hanno manifestato perplessità sulla misura del buono scuola, in netta controtendenza rispetto all’operato del proprio partito, quando era al governo nel 2020.
Sono serena, perché l’esperienza mi ha insegnato che una cosa sono le dichiarazioni pubbliche, un’altra sono i lavori parlamentari. Del resto non dobbiamo mai dimenticare che, quando si parla di scuola, si parla del futuro del nostro Paese, un futuro che sarà tanto più sfidante quanto più sapremo individuare le strategie necessarie a che i nostri giovani sappiano discernere, comprendere e agire per il futuro dell’umanità.
Mi sia consentito rivolgere alcuni ringraziamenti: innanzitutto ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che mi ha ascoltato attentamente al Quirinale, in occasione dell’assegnazione del Premio della Fondazione Bellisario, poi la presidente Meloni ed il ministro Valditara, unitamente a tutti i firmatari dell’emendamento relativo al buono scuola con l’ispirazione dell’on. Gelmini, e così i partiti di maggioranza e di opposizione che hanno votato a favore. Ultimo e profondamente sentito il ringraziamento va al prof. Dario Antiseri, il primo a parlare, rimanendo per anni inascoltato, di buono scuola. Mi convinco sempre più del fatto che, quando la politica, il mondo delle Istituzioni, quello della cultura e dell’economia guardano assieme ai diritti dei cittadini, i risultati arrivano, sempre, equi, giusti e duraturi.
Suor Anna Monia Alfieri, 2 gennaio 2025
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