
Qualche giorno fa, durante il suo concerto al festival di Coachella, la cantante Sabrina Carpenter è finita al centro di una tempesta perfetta scatenatasi ai suoi danni e amplificatasi, come sempre, sui social. La popstar, seduta al piano mentre suonava, ha sentito un urlo acuto provenire dal pubblico. Non vedendo bene la persona e con le cuffie che distorcevano il suono, ha reagito con sorpresa: “Penso di aver sentito qualcuno fare yodeling. È quello che stai facendo? Non mi piace”. La fan urlante ha risposto: “È la mia cultura!”.
Quello che la cantante non poteva sapere era il significato dell’urlo: si trattava di una zaghrouta, un’espressione tradizionale araba e nordafricana (un trillo acuto di gioia usato a matrimoni, nascite, feste e talvolta persino nei funerali per “allietare” l’anima del defunto) che esprime celebrazione. Un suono culturale, certo, ma anche un’interruzione improvvisa e acuta nei confronti di un’artista.
Eppure, nel giro di ore, i social sono esplosi e la star è stata accusata di razzismo, xenofobia e islamofobia: “Sabrina dice che non le piace un urlo culturale arabo… È insensibile e islamofobico”, questo il tenore dei commenti di tanti fan arabi (e non…) delusi su Instagram e Twitter. Ovviamente i video del momento impazzano, trasformando così una reazione spontanea in un presunto e inesistente attacco alla diversità. Come se confondere un suono esotico con uno yodel (che, in ogni caso, è a sua volta una tradizione culturale europea) fosse un atto di odio razziale.
E così, sotto pressione, Sabrina ha dovuto cospargere il capo di cenere. “Le mie scuse, non vedevo quella persona e non sentivo chiaramente. La mia reazione era pura confusione e sarcasmo, non era malevola. Potevo gestire meglio la situazione! Ora so cos’è una zaghrouta”, ha scritto su X. La fan pare abbia accettato le scuse, ma il danno è fatto: l’ennesima celebrità è stata costretta a prostrarsi dopo essere stata accusata ingiustamente per aver solo osato esprimere una reazione umana.
Il dato è chiaro: un’artista, più o meno famosa che sia, non può esprimere dissenso, perplessità o disturbo per una frase o un suono se quest’ultimo proviene da una minoranza etnica. Qualsiasi faccia incuriosita o infastidita viene ormai reinterpretata come odio e xenofobia. Poco importa che non ci sia stato nessun insulto, nessuna offesa alla cultura araba, nessun gesto discriminatorio: è bastato un “è strano” per essere marchiati come terribili.
E così una cantante, l’ennesima, è stata costretta a umiliarsi per una battuta confusa. Il risultato di un mondo composto da musi lunghi ipersensibili, tristi, che si prendono costantemente sul serio. Un mondo dove nessuno osa più essere autentico per paura di finire crocifisso online. L’ennesima prova scientifica che il politicamente corretto è nato per difendere i deboli ma è inesorabilmente diventato lo strumento per censurare la normalità.
Alessandro Bonelli, 16 aprile 2026
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