Beatrice Venezi torna al centro del dibattito. Dopo la rottura con il Teatro La Fenice, nata dalle ormai celebri dichiarazioni a La Nación sui “posti tramandati di padre in figlio”, la direttrice d’orchestra annuncia la sua nuova rotta internazionale: Russia e ritorno in Georgia. Lo anticipa nell’intervista di Hoara Borselli precorrendo di fatto le agenzie a metà luglio e successivamente, il 31 luglio lo conferma in via formale. Una “ripartenza” che, inevitabilmente, apre più interrogativi di quanti ne chiuda.
Oggi la notizia è ufficiale: Venezi debutterà al Teatro dell’Opera di Novosibirsk, in Russia, dirigendo La Traviata di Verdi. Il teatro siberiano viene presentato come una “nuova capitale culturale del Paese”, e l’artista ha parlato di un contesto “particolarmente rilevante” dal punto di vista musicale. Parallelamente, tornerà anche in Georgia, dove da anni partecipa a un festival estivo. Fin qui, tutto normale: un’artista che riprende il proprio percorso dopo mesi di tensioni. Eppure, la scelta russa non è un gesto neutro. Non oggi. Mosca non invita a caso. Invita innanzi tutto artisti di spessore. Ma invita chi può essere utile alla propria narrativa culturale: artisti occidentali non ostili, non allineati, e magari reduci da polemiche interne.
In questo senso, Beatrice Venezi è un profilo perfetto. E per di più il silenzio di Giuli dopo i fatti della Fenice, non è un dettaglio, è letto come un segnale verde: Beatrice Venezi non è più una figura protetta dall’establishment della destra culturale. E, paradossalmente, proprio questa solitudine la rende più interessante per il mondo culturale russo, che può esibirla come simbolo di arte libera. Il disimpegno di Roma la indebolisce in patria ma la rende appetibile all’estero, trasformandola in un perfetto testimonial geopolitico più utile alla narrativa russa. In altre parole una figura più facile da ingaggiare e da esibire. E i russi questo lo sanno benissimo. Un’artista perfetta per rafforzare la narrativa culturale del regime.
Non è un complotto. È geopolitica culturale. Mentre qui da noi si è aperta la polemica, la direttrice ha provato a blindarsi dietro il più classico dei paraventi: “Io sono un’artista libera, dirigo dove voglio, la cultura deve essere un ponte e non va confusa con la politica”. Respinge ogni lettura diversa: “Mischiare cultura e politica è pericoloso”. Ma la domanda resta: è davvero possibile separare le due dimensioni quando si lavora in un teatro statale russo, in un Paese dove la cultura è parte integrante della strategia geopolitica?
Dire che la Russia di oggi “è un mercato come un altro” è un assist formidabile per Mosca. Frasi del genere vengono immediatamente tradotte e inserite nell’ingranaggio mediatico del Cremlino. Agenzie come TASS e Sputnik non aspettano altro per spiegare al pubblico che la cancel culture europea censura gli artisti. Mostrare una direttrice italiana, ex consigliera del Ministero della Cultura, che sbarca in Siberia trattando Novosibirsk come se fosse Parigi o Londra, serve a Vladimir Putin per dimostrare che l’isolamento della Russia non esiste.
Anche la retorica dei “ponti culturali” si scontra con la realtà: mentre Mosca bombarda i teatri ucraini, la bacchetta di un’italiana serve a ripulire la facciata del regime, accreditando l’idea che la superiorità dell’arte russa costringa gli occidentali a fuggire i “pregiudizi” dei loro governi. E qui nasce una discrepanza narrativa che merita di essere osservata senza preconcetti, ma senza ingenuità. In Italia, Venezi è stata difesa, nel tempo, da molte voci del mondo liberale e conservatore come simbolo di una destra culturale che chiedeva spazio in un ambiente percepito come ostile. Una figura coerente con una visione occidentale, liberale, anti‑autoritaria. All’estero, però, quella identità politica rischia di evaporare.
Pochi giorni prima dell’annuncio formale, la stessa Venezi ha confessato a Hoara Borselli che, se potesse tornare indietro, non salirebbe più sul palco di Atreju. Una presa di distanza che suona come un chiaro riposizionamento internazionale alla vigilia del viaggio siberiano. Le scelte degli artisti, in tempi complessi, parlano più dei comunicati stampa. La rotta verso Novosibirsk sembra una crepa narrativa. Appare una contraddizione culturale. Ma è una di quelle che non si risolvono con una dichiarazione, ma che devono osservarsi nel tempo. La musica è universale, sì. E la sua è una musica eccellente. Ma le scelte degli artisti, soprattutto in tempi complessi, parlano. E forse è arrivato il momento di chiedersi che cosa stia dicendo davvero Beatrice Venezi con questo nuovo capitolo della sua carriera.
Se cerchiamo un filo logico culturale possiamo proprio pensare che Novosibirsk, paradossalmente, possa essere la strada per essere depoliticizzata. Incredibilmente, l’ingaggio in Russia – sinistra culturale per antonomasia – potrebbe diventare il suo passaggio doganale per quel mondo artistico italiano che l’aveva sempre percepita e ostracizzata come “di destra”. Un ponte per un rientro in Italia in normalità, finalmente come grande artista e non come simbolo politico. In un Paese dove una certa sinistra storicamente fatica a condannare Mosca con la stessa fermezza con cui condanna un assessore di centrodestra, vedere la Venezi che rompe il fronte occidentale in nome della “musica universale” potrebbe aprire insospettabili porte di rientro. Il passaporto siberiano per ritrovare la pace nei salotti che la rifiutavano. Tutti noi ci auguriamo che l’Italia non perda un’artista. E i conservatori sperano di non aver smarrito una voce libera.
Teresa Casamichela, 3 agosto 2026
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