
Qui al bar ci siamo decisamente stufati della solita querelle sul 25 aprile, del solito spettacolo indecoroso, con i presunti eredi dei partigiani che allontanano gli ebrei dai cortei. Quest’anno, però, ci rendiamo conto che è stata superata la soglia della decenza, anche perché, agli episodi incresciosi ai danni degli ebrei, si sono aggiunti gli attacchi agli ucraini. Evidentemente, i nuovi partigiani, alle democrazie imperfette come Ucraina e Israele, preferiscono le dittature perfette come Russia e Iran.
E se Emanuele Fiano intravede una rottura definitiva tra gli ebrei e la sinistra, il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci, va dritto al punto: “Non so se ci sono le condizioni per tenere la tessera dell’Anpi”. E lo dice pur non condividendo le accuse di antisemitismo avanzate dal capo della Comunità ebraica di Milano, Walker Maghnagi, al quale l’Anpi peraltro ha promesso una querela.
Man mano che passa il tempo, quelli che pretendono di intestarsi il monopolio della liberazione dal nazifascismo perdono sempre più pezzi. Forse, vogliono restare soli con la loro convinzione: quella di essere gli unici degni rappresentanti della resistenza. Se persino un Segre li manda al diavolo, forse significa che la loro epopea è al tramonto. Dovevano essere i custodi della democrazia e della Costituzione, sono diventati degli estremisti politici: condannavano la segregazione, hanno iniziato a praticarne una nuova forma.
D’altra parte, non vorremmo che la reazione a certi eccessi sia affidata alla psicopolizia: proprio Liliana Segre si era messa a capo della commissione parlamentare sull’odio; e Maurizio Gasparri, certo anche con le migliori intenzioni, come la senatrice a vita, ha evocato misure legislative per contrastare i montani sentimenti antisemiti. Detestabili, certo. Ma la liberazione dal nazifascismo dovrebbe averci insegnato questo: una democrazia punisce le opere, non i pensieri. Nemmeno i più ignobili.
Il Barista, 27 aprile 2026
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