“Sei positivo al Covid? Niente radioterapia”. La denuncia choc dei malati di cancro

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Trattamenti di radioterapia rinviati o addirittura interrotti in corso d’opera. Malati di cancro costretti a perdere tempo prezioso per la propria salute. Sembra incredibile, eppure questa è la realtà che denunciano molti pazienti italiani, da nord a sud. Lo conferma una nota associazione che si occupa di malati oncologici e lo segnalano anche diversi medici e tecnici di radioterapia, molti dei quali preferiscono rimanere anonimi.

Ma perché mai succede questo? Semplice, a causa della positività di questi pazienti al Covid19. Chiaramente se un paziente manifesta gravi sintomi causati dal virus è normale che ciò accada – sarebbe troppo rischioso in quel caso proseguire le cure – il problema però è che lo stesso sembra avvenire anche per le persone asintomatiche. E allora diventa fondamentale porsi questa domanda: è giusto rinviare o sospendere le cure radioterapiche per malattie gravi come i tumori, con tutti i rischi che ciò comporta, anche se il sistema immunitario dei pazienti sta reagendo bene al covid19?

Questo e altri quesiti abbiamo posto a Roberto Manzo, dirigente medico di radioterapia dell’istituto nazionale per la lotta alla cura dei tumori della fondazione Pascale di Napoli, il quale ci ha confermato che nell’ospedale in cui lavora, da due anni a questa parte, a tutti – e sottolineiamo tutti – i malati oncologici risultati positivi al covid vengono rinviate o interrotte le cure radioterapiche.

“Finché il paziente non torna con un tampone molecolare negativo – racconta – non può in alcun modo accedere all’ospedale. È la prassi. A prescindere dalla sintomaticità o meno e indipendentemente dalla gravità del tumore”.

Nessuna eccezione, dunque. Nemmeno per i casi più gravi. Ma non è pericoloso interrompere dei trattamenti oncologici? E soprattutto, cosa pesa di più sulla bilancia della salute di un paziente asintomatico, il cancro o il covid? Siamo increduli, e le risposte che riceviamo dal medico napoletano alimentano ancora di più il nostro stato d’animo.

“Purtroppo – spiega Manzo – il rischio di un peggioramento della salute del paziente esiste, è inutile negarlo. Durante il periodo di positività al virus i tumori possono espandersi, a maggior ragione nei casi in cui la persona resta positiva a lungo. Sospendendo i trattamenti è chiaro che si perde tempo prezioso. Questo in linea generale ovviamente, poi andrebbe fatta una valutazione sul singolo caso”.

E allora perché si procede in questo modo? Per quale motivo vengono negate delle cure a delle persone che ne hanno estremo bisogno? Manzo su questo è molto franco, dice di non avere la verità in tasca, e risponde sulla base della realtà che osserva tutti i giorni.

“È difficile – dice – trovare un equilibrio tra i diritti del singolo individuo e quelli di tante altre persone. Se una persona positiva diffondesse il contagio tra gli altri malati e gli operatori sanitari sarebbe un vero disastro. Chi si prenderebbe la responsabilità a quel punto? Oltre a questo, abbiamo anche dei problemi pratici: i macchinari a nostra disposizione sono pochi perché molto costosi. Non possiamo dedicarne uno ad uso esclusivo dei pazienti asintomatici – che sono la minoranza – anche perché sono molto difficili da sanificare. Insomma, ora come ora non siamo in grado di creare percorsi ad hoc per queste persone e nel contempo di garantire la sicurezza di tutti gli altri pazienti. Al momento queste sono le disposizione che ci vengono date e noi, volenti o nolenti, le dobbiamo rispettare”.

Ecco, dunque, il cuore del problema. Moltissime strutture sanitarie del nostro paese, nonostante siano passati due anni dall’inizio della pandemia, non riescono ancora a fornire percorsi sicuri che possano garantire a tutti i pazienti l’accesso alle cure, creando di fatto una dicriminazione fra pazienti. E ciò avviene non solo per mancanza di mezzi, strutture e risorse, ma anche – stando a quanto dice Manzo – per un mancato cambio di passo da parte di chi detta le regole.

“Le istituzioni, a tutti i livelli, dovrebbero iniziare a considerare la situazione attuale non più come una pandemia, ma come un’endemia. Il virus non sparirà dall’oggi al domani. Bisognerà quindi imparare a conviverci,  trovando dei compromessi per garantire le cure a chi ne ha bisogno e nel contempo tutelare tutte le altre persone”.

Stando alle informazioni in possesso di Manzo, ad oggi pochissime strutture sanitarie sono in grado di poter curare i malati oncologici positivi al covid19. E l’orientamento tutt’ora prevalente – in base alle verifiche che abbiamo svolto –  è quello di non sottoporre i pazienti positivi a trattamento radioterapico. Così, infatti, scrivono due importanti realtà mediche milanesi a cui ci siamo rivolti via mail:

 

Sul punto abbiamo voluto sentire anche l’opinione di Matteo Bassetti il quale ci ha dato una risposta molto netta. “Oggi – ha spiegato il virologo – la positività al tampone non deve essere per nessun tipo di prestazione medica, una condizione che discrimina il paziente positivo. Non siamo più nel marzo del 2020, la situazione è totalmente diversa. I pazienti positivi devono avere la stessa dignità di tutti gli altri, tanto più che ai pazienti oncologici capita spesso di rimanere positivi a lungo, dato che hanno un sistema immunitario che funziona in modo più lento. Il paziente asintomatico deve poter essere curato”. E aggiunge: “Bisogna sempre ragionare per il bene del paziente con un calcolo costi-benefici. Se io oggi non faccio la radioterapia ad un paziente asintomatico per un mese e quel trattamento è fondamentale per limitare la grandezza del suo tumore, io non sto facendo il bene di quel paziente. Ecco perché oggi come oggi essere positivo al covid non vuol dire assolutamente nulla. Diventa importante invece distinguere tra sintomatici e asintomatici. Io, fra l’altro, sto spingendo da tempo perché si differenzi chi va in ospedale “per covid” da chi ci va “con il covid”. E’ fondamentale proprio per questo tipo di prestazioni”.

E allora viene proprio da dire “fate presto”. Chi di dovere faccia in modo che tutte le strutture ospedaliere del paese siano in grado di curare tutti i malati oncologici il prima possibile attraverso percorsi ad hoc. Di tempo ne abbiamo già perso abbastanza. Una discriminazione così crudele non è accettabile sul piano medico, dal punto di vista etico e soprattutto sotto il profilo umano. 

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