Per chi non lo sapesse, a febbraio scade ufficialmente il termine obbligatorio per i cosiddetti “influencer rilevanti” di iscriversi ad un registro istituito, con la delibera 197/2025 dall’AGCOM.
Si tratta, dal mio punto di vista di nostalgico liberale, di una boiata pazzesca di matrice fantozziana.
L’iscrizione a questo ennesimo albo di Pulcinella, a cui ci può comunque iscrivere gratuitamente chiunque abbia una qualche attività sui social, viene tassativamente imposta a chi, ricavandone un reddito, su una delle piatteforme che utilizza abbia almeno 500.000 follower e un milione di visualizzazioni mensili.
Inoltre, per essere considerati tali gli influencer debbono possedere i seguenti requisiti:
a) lo scopo principale del servizio offerto è la fornitura di contenuti digitali, ivi compresi i contenuti audiovisivi, creati, prodotti o selezionati dal titolare del profilo e diffusi al pubblico tramite un servizio di piattaforma di condivisione di video, di social media o di altro media che ne consenta la pubblicazione;
b) informano, intrattengono o istruiscono a fronte del pagamento di un corrispettivo in denaro (ivi compresi, a mero titolo esplicativo e non esaustivo, eventuali ricavi dai prodotti e/o servizi venduti), o in prodotti, servizi, benefici o qualsiasi altra utilità, o lucro;
c) hanno la responsabilità editoriale sui contenuti distribuiti;
d) il servizio raggiunge un numero significativo di utenti sul territorio italiano e ha un impatto rilevante su una porzione significativa di pubblico.
Secondo Giacomo Lasorella, presidente dell’AGICOM, “le nuove regole confermano l’impegno dell’Autorità a tutela dei cittadini e del mercato, per un mondo digitale più sicuro e affidabile”. Tant’è che l’Autorità per le comunicazioni ha messo nero su bianco una lunga lista di obblighi e divieti. In particolare, i contenuti realizzati o modificati con l’intelligenza artificiale devono essere dichiarati in modo esplicito, utilizzando diciture come “foto modificata”, affinché il pubblico possa riconoscere l’intervento tecnologico.
A questo si aggiunge l’obbligo generale di evitare la diffusione di fake news o informazioni fuorvianti, parte di un approccio più ampio volto a garantire correttezza e affidabilità della comunicazione.
E non è finita qui. Anche nei riguardi dei minori occorre essere estremamente rigorosi: i creator devono evitare contenuti potenzialmente dannosi, utilizzare le funzioni delle piattaforme per limitarne la visione ai più giovani e rispettare pienamente le norme su dignità umana, contrasto alla discriminazione, alla violenza e all’hate speech.
E in questo vero e proprio campo minato di regole, tanto vincolanti quanto soggette alla classica discrezionalità del burocrate di turno, spiccano le sanzioni: fino a 250.000 euro per le violazioni relative alla trasparenza pubblicitaria e fino a 600.000 euro per le infrazioni che coinvolgono la tutela dei minori.
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Ora, al di là di questa ennesima idiozia normativa, una cosa mi sembra abbastanza scontata; ovvero, lungi dal salvare il Paese dalla malvagità degli influencer infedeli, si sono create le premesse per accrescere ulteriormente il contenzioso in un sistema in cui la media delle cause civili che arrivano fino all’ultimo grado di giudizio sfiora gli otto anni.
Complimenti all’AGCOM, quindi, gli italiani non ci dormivano la notte al pensiero di non essere tutelati dall’albo degli “influencer rilevanti”.
Claudio Romiti, 23 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


