Siamo un popolo disincantato

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In occasione del centenario della vittoria delle democrazie occidentali contro gli Imperi Centrali si è avuta l’ennesima conferma di un tratto distintivo della political culture italiana rispetto alle altre di area euro-atlantica: il piacere (sadico) della demistificazione, il compiacimento dell’apparire smaliziati, di mostrarsi come persone a cui non la si dà a bere e non è disposta a credere alle favole del potere. Per questo Caporetto pesa come un macigno nel ricordo mentre Armando Diaz e Vittorio Veneto vengono nettamente minimizzati. Che gli storici seri abbiano ridimensionato la portata della sconfitta subita nella dodicesima battaglia dell’Isonzo e spiegato la reale grandezza di Diaz – non un grande stratega ma un grandissimo rianimatore di un esercito avvilito che, grazie a lui, ritrovò la forza e l’orgoglio della controffensiva che l’avrebbe portato a Trieste – sembra non interessare nessuno ‘spirito forte’.

In uno straordinario film di John Ford, L’uomo che uccise Liberty Valance (1962), l’intervistatore del vecchio senatore Ransom Stoddard (James Stewart) – che deve la sua ascesa politica alla creduta uccisione del bandito Liberty Valance – dopo aver sentito da lui come davvero si svolsero i fatti, strappa gli appunti giacché: «nel West quando la realtà non coincide col mito, vince il mito». Da noi si verifica un fenomeno curioso: quando la realtà smentisce l’antimito è l’antimito che vince. Così se un ricercatore, Davide F. Panella, pubblica nel 2014 su Frammenti – rivista del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio Campolattaro—un saggio, Brigantaggio e repressione nel 1861. I fatti di Pontelandolfo e Casalduni nei documenti parrocchiali—non gliene potrebbe fregare meno ai lettori del ‘revisionista’ Pino Aprile, che aveva scritto di centinaia di morti ammazzati dai ‘piemontesi’ (in realtà, dimostra Panella, furono 13 e briganti). Analogamente, se Alessandro Barbero racconta, da par suo, la vera storia della congiura di Fenestrelle e la sorte, certo non piacevole, riservata a I prigionieri di Savoia (Ed. Laterza 2012) , non c’è verso che i risultati della sua serissima ricerca modifichino il giudizio sul protonazismo sabaudo (i lager dei Savoia!…).

Francesi e anglosassoni hanno da sempre sottoposto ad approfondita analisi storiografica i loro ‘miti di fondazione’ – la presa della Bastiglia del 14 luglio 1789, l’Indipendence Day del 4 luglio – e i nordamericani, addirittura, si sono divertiti col cortometraggio animato di Hamilton Luske del 1953, Be and Me, in cui compare un bonario svagato come Benjamin Franklin che deve le sue scoperte al geniale Amos, antenato di Mickey Mouse. Ma in Francia e in America le date di luglio sono una grande, commossa e sentita festa nazionale, espressioni di una ‘religione civile’ in cui si riconoscono vinti e vincitori del passato.

Nel nostro paese la revisione delle ‘leggende’—si tratti del Risorgimento o della Grande Guerra—diventa un fattore profondamente divisivo che protrae nel tempo le lacerazioni dell’eterno ieri. La voglia matta di darcene di santa ragione sembra prevalere su ogni altra considerazione, sicché bisogna leggere i grandi autori stranieri, Alexandre Dumas, Aleksandr I. Herzen, George M. Trevelyan, per comprendere la statura morale e politica dei protagonisti del Risorgimento. Quando in quasi tutte le Facoltà di Lettere della Repubblica venne eliminata la cattedra di Storia del Risorgimento, molti quasi commentarono «all’apparir del vero tu misera cadesti». In realtà, fu la ‘leggenda nera’, non la ricerca storiografica a cestinare una materia insegnata da Gioacchino Volpe, da Adolfo Omodeo, da Rosario Romeo, da Walter Maturi e da altri grandi storici, che dovremo rimpiangerci a lungo.

Dino Cofrancesco

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