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Siete e restate dei poveri populisti

Chi si oppone al Ponte sullo Stretto di Messina lo fa in modo ideologico. È opportunità irrinunciabile

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Un’infrastruttura epocale, dagli effetti potenzialmente trasformativi per l’intero meridione come il Ponte sullo Stretto, continua a essere bersaglio di una valanga di critiche tanto pretestuose quanto radicate in due stereotipi desolanti.

Il primo: tutto ciò che proviene dalla destra politica (attuale o del passato, poco importa) è, per principio, da rigettare. Il secondo: ogni investimento in opere pubbliche è visto come uno spreco, poiché vi sarebbe sempre un’emergenza non meglio definita (ma certamente più “urgente”) a cui destinare le risorse.

Questa retorica sterile e ideologizzata non proviene soltanto da partiti d’opposizione, che ormai non nascondono neanche più l’insofferenza di fronte a un progetto destinato a lasciare un’impronta storica. Ciò che più colpisce è che ad abboccare all’amo avvelenato delle polemiche siano anche molti tra coloro che più avrebbero da guadagnarci: gli abitanti del Sud.

Sia chiaro: chi scrive è figlio della Trinacria e nutre per la propria terra un amore incondizionato, ma proprio per questo trova profondamente scoraggiante assistere al crescente scetticismo con il quale moltissimi siciliani bollano il Ponte come un’opera inutile, un monumento allo spreco, una fonte di malaffare.

Eppure basterebbe affrontare il tema con onestà intellettuale. È vero: oggi l’infrastruttura apparirebbe come una cattedrale nel deserto. Ma questa narrazione ignora da un lato l’insieme di interventi collaterali già previsti e, dall’altro, l’impatto sistemico che il Ponte avrebbe sull’intera rete di trasporti tra Calabria e Sicilia. Attualmente, infatti, risulta quasi utopistico ipotizzare un’estensione dell’alta velocità in Sicilia, limitandosi a tratte brevi e interne all’isola. Ma la realizzazione del collegamento stabile con il continente renderebbe concretamente realizzabile ciò che oggi sembra irrealistico, soprattutto considerando che l’alta velocità è già una realtà fino a Reggio Calabria (seppur con frequenze limitate).

Il Ponte, inoltre, genererebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro e imprimerebbe una spinta propulsiva a due regioni troppo a lungo rimaste isolate, ingabbiate in un immobilismo strutturale. Alle accuse di rischio infiltrazioni mafiose si risponde con un’amara verità: rinunciare a costruire per timore della criminalità significa accettare, in via definitiva, la sconfitta dello Stato e abbracciare un fatalismo che alimenta proprio ciò che si finge di voler combattere.

Sul piano tecnico, poi, le obiezioni si rifanno spesso a studi obsoleti, riportando conclusioni che la moderna ingegneria ha ormai superato. Il progresso tecnologico, fortunatamente, non si arresta ai limiti di qualche decennio fa. Non lo afferma un esperto improvvisato: chi scrive, con scarsi trascorsi persino con regoli e DAS, si affida al parere qualificato di centinaia di tecnici e ingegneri che hanno firmato e sostenuto il progetto. Sarebbe auspicabile che, prima o poi, anche gli opinionisti compulsivi da social si confrontassero con questi dati concreti. E poi c’è l’opposizione “verde”, che spesso scade in posizioni caricaturali. Se fosse per certi ambientalisti intransigenti, saremmo ancora a cavallo e moriremmo a venticinque anni per una banale influenza.

In conclusione, qualora si giungesse davvero alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, esso rappresenterebbe un’occasione straordinaria per rilanciare il futuro di due regioni e di un Mezzogiorno ormai condannato all’irrilevanza economica. Dispiace per chi vede in questa opera non un simbolo di progresso, ma una sconfitta politica da combattere a prescindere. A ruoli invertiti, forse, gli stessi critici non mostrerebbero tanto livore.

Eppure (parafrasando proprio colui che questo ponte avrebbe voluto attraversarlo ad ogni costo) siete, oggi come ieri, dei poveri… populisti.

Alessandro Bonelli, 8 agosto 2025

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