Signori giudici, allora avvertite i migranti: neppure l’Italia è un “Paese Sicuro”

La Corte Ue piccona il "protocollo Albania" e consegna ai giudici il potere di valutare quale Stato è da considerarsi sicuro e quale no. Ma il Belpaese...

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Fa bene Giorgia Meloni ad infuriarsi per la folle sentenza della Corte di Giustizia Ue con cui, di fatto, viene affidato ai giudici – e non in via esclusiva ai governi democraticamente eletti – il potere di definire quale Stato terzo sia da considerarsi “sicuro” al fine di trattenere un migrante in Albania, valutare la sua domanda di asilo in via accelerata e quindi rispedirlo al mittente. Indignazione comprensibile, quella del governo. Tuttavia il pericolo non è tanto, o non solo, il fatto che il potere giudiziario rivendichi “spazi che non gli competono”, affidando alle toghe la facoltà di sindacare in un’aula di Tribunale le approfondite valutazioni realizzate dagli esperti del ministero degli Esteri, di quello degli Interni e dei nostri 007. Il problema, semmai, sta in una frasettina finale contenuta nel comunicato stampa della Corte.

Quale? Questa: “Uno Stato membro – si legge – non può includere un paese nell’elenco dei paesi di origine sicuri qualora esso non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione”. Capito? Chiaro? Forse no: parliamo pur sempre di legalese e leggersi l’intera sentenza della Corte è uno di quei supplizi che non augureremmo neppure al nostro peggior nemico. Tuttavia la sintesi in realtà è efficace e terribile: l’Italia e il suo governo non hanno il diritto di considerare il Bangladesh (o l’Egitto o un altro Paese) generalmente “sicuro” se questo non offre una “protezione sufficiente” a tutta la popolazione. Dunque siamo fritti. Perché a questo punto gli Stati “generalmente sicuri” per tutti i cittadini si riducono a due o tre nel mondo, soprattutto se a valutarli devono essere magistrati col vizietto di parteggiare per gli immigrati. E il paradosso è che forse neppure l’Italia avrebbe le carte in regola per farne parte.

Nella direttiva Ue del 2013, che determina come si debba definire uno “Stato sicuro”, si legge infatti: “Un paese è considerato paese di origine sicuro se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”. Bene. Sappiate che l’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti Umani per “trattamenti disumani e degradanti” verso i migranti ospitati negli hotspot o verso i detenuti nelle carceri, condizione che di fatto ricorre generalmente e costantemente tanto che siamo messi peggio dell’Ungheria (è forse umano stipare i carcerati in galere che non possono contenerli?). Non solo: Bruxelles ci ha pure condannato per “politiche discriminatorie contro le comunità rom”. E non dimentichiamo che secondo il Consiglio d’Europa la nostra polizia sarebbe avvezza a fare “profilazioni razziali” degli stranieri sottoposti a controllo in strada.

Insomma: se dobbiamo fidarci dei giudizi emessi contro il Belpaese siamo messi male. E quindi, in attesa che nel giugno 2026 la già approvata nuova direttiva Ue permetta ai governi di designare come “sicuri” anche Paesi che non soddisfano tutti i crismi di garanzia “per talune categorie di persone”, non ci resta che coltivare una speranza. Anzi: l’ultima speranza. Ovvero che lorsignori giudici, ora insigniti del potere supremo di verificare quali Stati sono umani e quali no, si sveglino dal loro torpore ed emettano una bella sentenza per decretare tra i luoghi insicuri anche questo stramaledetto Paese. E dicano quindi ai migranti illegali: signori, qui non potete stare, questo per voi non è un posto sicuro.

Giuseppe De Lorenzo, 1° agosto 2025

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