
La via del boicottaggio ideologico nei confronti dello Stato di Israele, intrapresa convintamente dalla Regione Puglia e dal Comune di Bari, enti oggi amministrati entrambi dal centrosinistra, rischia di costare molto cara a imprese e cittadini pugliesi. A certificarlo, in maniera inequivocabile, è peraltro lo stesso Ufficio Statistico regionale pugliese, che fornisce i dati relativi all’interscambio commerciale tra Puglia e Israele.
Nel 2022, ultimo anno in cui l’Ufficio Statistico ha reso noti i dati relativi ai flussi commerciali israelo-pugliesi, la Puglia ha esportato prodotti verso Israele per un totale di 65.853.419 di euro, principalmente mobili (25% sul totale), oli e grassi vegetali e animali (9,6%) e macchine per impieghi speciali (9,3%); l’import della Regione Puglia totale è risultato invece pari a 51.248.128 di euro, soprattutto prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (60,6%) e prodotti chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie (28%). Una larga fetta delle importazioni da Israele, il 60% circa, per un controvalore pari a più di 30 milioni di euro, riguarda, come si può evincere dai dati sopra riportati provenienti direttamente dal sito ufficiale della Regione Puglia, “prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio”, fondamentali per alimentare i processi produttivi delle imprese pugliesi.
Di ciò, ovverosia delle esigenze produttive delle proprie aziende, il centrosinistra pugliese ha debitamente tenuto conto? E se sì, in che modo si intenderebbero rimpiazzare gli approvvigionamenti produttivi provenienti da Israele? E a quali costi? E poi, ancora, non sarebbe forse il caso di dare informazione circa le nuove eventuali fonti di approvvigionamento alle imprese pugliesi, se non altro per ragioni di trasparenza? Inutile sottolineare che sarebbe il minimo che gli amministratori dell’ente possano fare per rassicurare imprese e cittadini.
Trasparenza, dicevano. Almeno a parole, sembrerebbe trattarsi di un autentica priorità del centrosinistra pugliese. Per rendersene conto, basterebbe consultare il sito ufficiale della Nuova Fiera del Levante di Bari, in cui si legge a chiare lettere che la “trasparenza” e le “scelte etiche” rappresentano criteri imprescindibili per la partecipazione all’88esima campionaria internazionale. Criteri che hanno spinto la società che gestisce la Fiera, su invito formale della giunta del comune di Bari, che dell’ente autonomo Fiera del Levante è fondatore, insieme alla Provincia e alla Camera di Commercio del capoluogo pugliese, ad escludere Israele da tutte le attività istituzionali ed economiche che si terranno all’interno del polo fieristico barese.
Ciò detto, e preso atto della decisione dell’ente Fiera, su altri due punti alcuni interrogativi non possono che sorgere spontanei.
Primo: se esistono dei contratti commerciali vigenti tra l’ente autonomo Fiera del Levante e i partner israeliani, ad esempio per la concessione degli spazi di vendita all’interno del polo fieristico, chi paga le eventuali penali, adesso che le imprese israeliane non sono più gradite? E chi copre i costi della mancata vendita dei prodotti israeliani? Magari direttamente i cittadini pugliesi, essendo l’organo amministrativo della Fiera del Levante diretta espressione di Comune di Bari, Provincia, Camera di Commercio e Regione Puglia.
Secondo: se l’ente Fiera del Levante ha veramente così tanto a cuore la trasparenza, per quale strana l’ultima delibera pubblicata sul suo sito ufficiale è datata 20 giugno 2019? Non sarebbe forse il caso di rendere più partecipe, informandolo con maggior tempestività, il cittadino, circa gli atti e le decisioni assunte dell’ente? È dunque così che amministratori dell’ente Fiera del Levante e dei vari enti locali coinvolti, in primis il Comune di Bari, concepiscono il concetto (evidentemente molto ampio e da utilizzare rigorosamente a proprio uso e consumo) di “trasparenza”?
Salvatore Di Bartolo, 20 agosto 2025
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